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MASTER "ENRICO MATTEI" IN VICINO E MEDIO ORIENTE
Il Master Enrico Mattei in Vicino e Medio Oriente torna all’Università di Teramo. 150 ore di lezioni multidisciplinari, 100 ore di arabo, 1250 ore di studio individuale e/o stages. Frequentabile anche online. Crediti per insegnanti e avvocati. |
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RIVELAZIONI NON AUTORIZZATE
DI MARCO PIZZUTI
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WILLIAM BLUM (The Anti-Empire Report)
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MORTI IRACHENI A CAUSA DELL'INVASIONE
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IL PROBLEMINO DEL CAPITALISMO
Postato il Lunedì, 06 ottobre @ 19:00:00 CDT di marcoc |
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DI THOMAS WALKOM
Toronto Star
La crisi finanziaria che stritola gli Usa non è un’anomalia. È solo che abbiamo la memoria corta.
Ciò che sta accadendo ora a Wall Street viene visto come una storia nuova. Non lo è. È una storia molto vecchia.
Karl Marx scrisse a riguardo; e così fece pure John Maynard Keynes. Più recentemente il tycoon George Soros si è pronunciato su di ciò, e così ha fatto anche l’illustre Economist, una rivista finanziaria decisamente favorevole al libero mercato.
Questa vecchia storia è molto semplice: il capitalismo è instabile. È un sistema economico che può essere spietatamente produttivo. Ma è anche un sistema di meccanismi complicati—Marx le chiamava contraddizioni interne—che può sfuggire completamente al controllo. Cosa che regolarmente avviene.
A seguire: "Lenin aveva predetto la situazione attuale?" da Information Clearing House.
Marx, un filosofo tedesco arrabbiato perchè soffriva di problemi alla pelle, vide queste contraddizioni come opportunità: immaginò che l’autodistruzione del capitalismo potesse portare a un mondo migliore.
Keynes, un economista britannico che amava speculare sulle valute estere durante la sua colazione mattutina base di tè e toast, li vide come problemi che avrebbero potuto distruggere un mondo che gli piaceva parecchio. La costruzione dello Stato sociale che porta il suo nome fu progettata nel periodo post-1945 per, letteralmente, salvare il capitalismo da se stesso.
Le banche vennero regolamentate per impedire che i finanzieri facessero crollare l’economia con le loro truffe. I sindacati furono incoraggiati per dare ai lavoratori un modo di partecipare allo status quo e vaccinarli contro la politica radicale.
I ricchi si dichiararono d’accordo alle politiche governative di tassazione e spesa, sapendo che, alla fine, e meglio dare da mangiare ai poveri piuttosto che lasciare chi ti tagliano la gola.
Fu un gigantesco e tacito compromesso—forzato dalla depressione degli anni 30, temprato dalla guerra e forgiato sotto la minaccia del comunismo.
Per molto tempo ha funzionato.
Ma il grande compromesso non avrebbe mai potuto risolvere quelle incoerenze che sono inerenti all’economia mondiale. Col tempo nuove forze entrano in gioco.
Quegli stessi investimenti stranieri che consentirono alle aziende statunitensi di prosperare nel mondo del dopoguerra incoraggiarono lo sviluppo dei rivali: prima la Germania ovest e il Giappone, da ultime la Cina e l’Unione Europea.
In tutto l’Occidente industrializzato, i lavoratori sindacalizzarti imbottiti dalle politiche di pieno impiego dello Stato sociale, chiesero e ottennero un’impennata delle paghe che eccedeva i loro guadagni produttivi. Questo è il motivo per cui, negli anni 70, l’inflazione decollò.
Nel frattempo, il crollo del comunismo e il discredito delle politiche rivoluzionarie rimosse la pressione dai datori di lavoro. Perché preoccuparsi di creare un grande compromesso con i propri lavoratori se questi non sono una minaccia?
E così venne la fase della riduzione delle spese—la distruzione dello Stato sociale. In Inghilterra iniziò come Thatcherismo, negli Usa come Reaganomics. In entrambi i casi i leader si impegnarono per limitare il potere dei sindacati nei loro paesi. Entrambi ci riuscirono, la Thatcher affrontando i minatori, Reagan licenziando i controllori di volo sindacalizzati.
Il loro scopo non era il tradizionale conservatorismo fiscale. Di fatto, sotto Reagan, le finanze federali Usa spiraleggiarono verso il deficit.
Il loro scopo era, piuttosto, di alterare l’equilibrio di forze all’interno della società. I tagli delle tasse di Reagan erano progettati per aiutare i ricchi; il monetarismo della Thatcher si concentrò sullo stritolamento dei salari.
In Canada avemmo Paul Martin e Mike Harris—politiche simili ma su una scala diversa.
Come risultato il divario nei salari si allargò in tutto il mondo industriale. I ricchi diventarono più ricchi, la classe media rallentò e i poveri divennero più poveri.
La fase due riguardò lo smantellamento di quelle stesse salvaguardie finanziarie erette dopo la debacle degli anni 30. I particolari variarono da paese a paese, ma lo scopo era lo stesso: deregolamentare le industrie finanziarie in modo che si centralizzassero e concentrassero le loro tremende risorse in nuove e più profittevoli aree.
Negli Usa una deregulation finanziaria portò a stralciare le leggi che avevano protetto i proprietari di piccoli depositi—cosa che portò nei tardi anni 80 al crollo delle cosiddette banche “savings and loans” [letteralmente di “risparmi e prestiti”, in pratica semplici casse di risparmio che fallirono a causa di politiche avventurose soprattutto nel mercato immobiliare. N.d.t.].
A sua volta esso portò il governo Usa a progettare il suo primo grande salvataggio del dopoguerra.
In Canada, la deregolamentazione portò a fare a pezzi un sistema che aveva mantenuto varie porzioni dell’industria finanziaria isolate le una dalle altre. Sotto il nuovo regime, assicuratori, società fiduciarie e società di investimento si unirono e mischiarono. Le restrizioni al prestito vennero attenuate.
Ironicamente la fase tre fu innescata proprio dal successo del mondo industriale nel combattere l’inflazione. Come l’inflazione scese così fecero anche i guadagni tramite i normali canali di investimento. Gli investitori, alla ricerca di maggiori guadagni, iniziarono a cercare opzioni più rischiose e più remunerative.
Così arrivò l’infatuazione per i cosiddetti nuovi strumenti finanziari. Molte famiglie si accontentavano di cose non troppo esotiche come i fondi comuni d’investimento. Ma per individui e aziende benestanti la nuova frontiera era molto più esotica: derivati, fondi speculativi [Hedge funds], index funds [Fondi comuni di investimento volti a replicare movimenti dell’indice di uno specifico mercato finanziario. Da Wikipedia. N.d.t.], collateralized debt obligations [Titolo obbligazionario garantito da crediti ed emesso da una società appositamente creata, a cui vengono cedute le attività poste a garanzia. Si veda Wikipedia. N.d.t.].
Tutti questi strumenti lavoravano sul venerabile principio della leva finanziaria: mettere poco per guadagnare tanto. Purtroppo, come ci saremmo dovuti ricordare dall’esperienza degli anni 30, la leva funziona solo quando l’economia sale. Quando le cose iniziano ad andar male un bene sottoposto a leva finanziaria può diventare un intollerabile zavorra. [Altri, tra cui J. K Galbraith, si veda il suo “Il Grande Crollo”, spiegano che il meccanismo della leva finanziaria funziona anche in negativo: i titoli e i beni con una forte leva scendono e portano al fallimento in situazioni di crisi con molta più rapidità che titoli a bassa leva. N.d.t.].
In fin dei conti le società private equity e i sottoscrittori dii mutui sub-prime stavano facendo praticamente la stessa cosa: prendere a prestito denaro che non si sarebbero potuti permettere di restituire, nella speranza che un qualunque bene da loro acquistato sarebbe continuato a crescere di valore.
Si è trattato di un gigantesco schema Ponzi che non poteva durare. E così è stato. [Lo “Schema di Ponzi”, dal nome del suo inventore, l’immigrato italiano negli USA Charles Ponzi, è un modello economico di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi "investitori", a loro volta vittime della truffa. Vedi Wikipedia. N.d.t.]
Così siamo di nuovo punto e accapo. Il sistema è vicino al collasso. Il presidente della Federal Reserve Bernanke potrebbe ricordarsi la sua storia (egli è un’autorità sulla Depressione degli anni 30). Ma pochi altri se la ricordano.
In televisione, uno sconcertato presidente George W. Bush ricordava il proverbiale cervo abbagliato dai fari. Qui in Canada, il primo ministro Stephen Harper insiste a dire che i fondamenti economici del paese sono buoni, cosa che, anche fosse vera, è largamente irrilevante nel contesto di un possibile crollo mondiale.
I contribuenti americani si sono comprensibilmente scocciati della richiesta di salvare l’intero sistema capitalista globale. Proprio adesso la loro ira è rivolta ai ricconi di Wall Street. Ma nei loro cuori riconoscono che questo non è un cattivo affare.
Il piano di salvataggio da $ 700 miliardi potrebbe salvare il sistema finanziario. Ma dopo che le persone comuni avranno pazientemente accumulato questi soldi, la loro ricompensa non sarà altro che un ritorno alla situazione di prima? Persino i politici stanno iniziando a riconoscere che qualunque soluzione duratura deve affrontare qualcosa di più che la struttura economica della crisi.
Ironicamente ciò per cui annaspano è lo stesso tipo di soluzione che ci hanno fatto smantellare negli scorsi quarant’anni. E’ tempo di un altro grande compromesso—non necessariamente lo stesso che ci diede lo Stato sociale del dopoguerra, ma uno che fornisca un simile do ut des. E sarà qualcosa del genere: salveremo il vostro dannato vecchio capitalismo; vi lasceremo avere le grandi case e i grandi salari (anche se forse non tanto grandi quanto erano prima). Ma in cambio dovrete restituirci qualcosa, in posti di lavoro, in salari e nelle cose di cui abbiamo bisogno per vivereuna vita civile. Né vi lasceremo distruggere tutto ciò che ci è caro perché voi possiate farvi un bel gruzzolo.
E non rifilateci ancora le solite stupidaggini sul libero mercato. Perché sappiamo, e lo sapete anche voi, che in momenti di forte pressione, il libero mercato non funziona. La crisi ce lo ha ricordato.
Thomas Walkom scrive di politica economica. La sua colonna appare regolarmente il mercoledì e il sabato.
© Copyright Toronto Star 1996-2008
Titolo originale: "A Little Problem With Capitalism"
Fonte: http://www.thestar.com
Link
29.08.2008
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO
VLADIMIR LENIN AVEVA PREDETTO LA SITUAZIONE ATTUALE?
Brani Tratti da “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”. V. I. Lenin, 1916
L’epoca dell’imperialismo inizia quando l’espansione del colonialismo ha coperto il globo, nessuna nuova colonia può essere acquisita dalle grandi potenze se non strappandosele le une alle altre e la concentrazione di capitale è cresciuta al punto in cui il capitale finanziario diventa dominante sul capitale industriale.
Lenin elencò le seguenti cinque caratteristiche dell’epoca dell’imperialismo:
1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo "capitale finanziario", di un'oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.
L'imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l'esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell'intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici. [Dal Capitolo VII].
[L’imperialismo] è già qualche cosa di ben diverso dall'antica libera concorrenza tra imprenditori dispersi e sconosciuti l'uno all'altro, che producevano per lo smercio su mercati ignoti. La concentrazione ha fatto progressi tali, che ormai si può fare un calcolo approssimativo di quasi tutte le fonti di materie prime (per esempio i minerali di ferro) di un dato paese, anzi, come vedremo, di una serie di paesi e perfino di tutto il mondo. E non solo si procede a un tale calcolo, ma le miniere, i territori produttori vengono accaparrati da colossali consorzi monopolistici [ora definiti conglomerati multinazionali N.d.r.]. Si calcola approssimativamente la capacità del mercato che viene "ripartito" tra i consorzi in base ad accordi. Si monopolizza la mano d'opera qualificata, si accaparrano i migliori tecnici, si mettono le mani sui mezzi di comunicazione e di trasporto: le ferrovie in America, le società di navigazione in America e in Europa. Il capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale socializzazione della produzione; trascina, per così dire, i capitalisti, a dispetto della loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libertà di concorrenza completa alla socializzazione completa.
Viene socializzata la produzione, ma l'appropriazione dei prodotti resta privata. I mezzi sociali di produzione restano proprietà di un ristretto numero di persone. Rimane intatto il quadro generale della libera concorrenza formalmente riconosciuta, ma l'oppressione che i pochi monopolisti esercitano sul resto della popolazione viene resa cento volte peggiore, più gravosa, più insopportabile.
[…]L'evoluzione del capitalismo è giunta a tal punto che, sebbene la produzione di merci continui come prima a "dominare" e ad essere considerata come base di tutta l'economia, essa in realtà è già minata e i maggiori profitti spettano ai "geni" delle manovre finanziarie. Base di tali operazioni e trucchi è la socializzazione della produzione, ma l'immenso progresso compiuto dall'umanità, affaticatasi per giungere a tale socializzazione, torna a vantaggio... degli speculatori. [Dal Capitolo I]
Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un numero sempre maggiore di nazioni più ricche o potenti: sono le caratteristiche dell'imperialismo, che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente. Sempre più netta appare la tendenza dell'imperialismo 'a formare lo "Stato rentier", lo Stato usuraio, la cui borghesia vive esportando capitali e "tagliando cedole". Sarebbe erroneo credere che tale tendenza alla putrescenza escluda il rapido incremento del capitalismo: tutt'altro. Nell'età dell'imperialismo i singoli paesi palesano, con forza maggiore o minore, ora l'una ora l'altra di quelle tendenze. In complesso il capitalismo cresce assai più rapidamente di prima sennonché tale incremento non solo diviene in generale più sperequato, ma tale sperequazione si manifesta particolarmente nell'imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti (Inghilterra). [...] [Dal Capitolo X]
Parliamo del parassitismo, che è proprio dell'imperialismo.
Come abbiamo visto, la base economica più profonda dell'imperialismo è il monopolio, originato dal capitalismo e trovantesi, nell'ambiente generale del capitalismo, della produzione mercantile, della concorrenza, in perpetuo e insolubile antagonismo con l'ambiente medesimo. Nondimeno questo monopolio, come ogni altro, genera la tendenza alla stasi e alla putrefazione.
Certo la possibilità di abbassare, mediante nuovi miglioramenti tecnici, i costi di produzione ed elevare i profitti, milita a favore delle innovazioni. Ma la tendenza alla stagnazione e alla putrefazione, che è propria del monopolio, continua dal canto suo ad agire, e in singoli rami industriali e in singoli paesi s'impone per determinati periodi di tempo.
Il possesso monopolistico di colonie particolarmente ricche, vaste ed opportunamente situate, agisce nello stesso senso.
Ed ancora. L'imperialismo è l'immensa accumulazione in pochi paesi di capitale liquido, che, come vedemmo, raggiunge da 100 a 150 miliardi di franchi di titoli. Da ciò segue, inevitabilmente, l'aumentare della classe o meglio del ceto dei rentiers, cioè di persone che vivono del "taglio di cedole", non partecipano ad alcuna impresa ed hanno per professione l'ozio. L'esportazione di capitale, uno degli essenziali fondamenti economici dell'imperialismo, intensifica questo completo distacco del ceto dei rentiers dalla produzione e dà un'impronta di parassitismo a tutto il paese, che vive dello sfruttamento del lavoro di pochi paesi e colonie d'oltre oceano
Occorre rilevare come in Inghilterra la tendenza dell'imperialismo a scindere la classe lavoratrice, a rafforzare in essa l'opportunismo, e quindi a determinare per qualche tempo il ristagno del movimento operaio, si sia manifestata assai prima della fine del XIX e degli inizi del XX secolo. Ivi, infatti, le due importanti caratteristiche dell'imperialismo, cioè un grande possesso coloniale e una posizione di monopolio nel mercato mondiale, apparvero fin dalla metà del secolo XIX. Marx ed Engels seguirono per decenni, sistematicamente, la connessione dell'opportunismo in seno al movimento operaio con le peculiarità imperialiste del capitalismo inglese. Per esempio Engels scriveva a Marx il 7 ottobre 1858:
"... l'effettivo, progressivo imborghesimento del proletariato inglese, di modo che questa nazione, che è la più borghese di tutte, sembra voglia portare le cose al punto da avere un'aristocrazia borghese e un proletariato accanto alla borghesia. In una nazione che sfrutta il mondo intero, ciò è in certo qual modo spiegabile".
Circa un quarto di secolo più tardi, in una lettera dell'11 agosto 1881 egli parla delle "peggiori Trade-unions inglesi che si lasciano guidare da uomini che sono venduti alla borghesia o per lo meno pagati da essa".
In una lettera a Kautsky del 12 settembre 1882, Engels scriveva:
"Ella mi domanda che cosa pensino gli operai della politica coloniale. Ebbene: precisamente lo stesso che della politica in generale. In realtà non esiste qui alcun partito operaio, ma solo radicali, conservatori e radicali-liberali, e gli operai si godono tranquillamente insieme con essi il monopolio commerciale e coloniale dell'Inghilterra sul mondo"
Lo stesso dice Engels anche nella prefazione alla seconda edizione (1892) della “Situazione della classe operaia in Inghilterra” .
La situazione odierna è contraddistinta dall'esistenza di condizioni economiche e politiche tali da accentuare necessariamente l'inconciliabilità dell'opportunismo con gli interessi generali ed essenziali del movimento operaio. L'imperialismo, che era virtualmente nel capitalismo, s'è sviluppato in sistema dominante, i monopoli capitalistici hanno preso il primo posto nell'economia e nella politica; la spartizione del mondo è ultimata, e d'altro lato in luogo dell'indiviso monopolio dell'Inghilterra osserviamo la lotta di un piccolo numero di potenze imperialistiche per la partecipazione al monopolio, lotta che caratterizza tutto l'inizio del XX secolo. In nessun paese l'opportunismo può più restare completamente vittorioso nel movimento operaio per una lunga serie di decenni, come fu il caso per l'Inghilterra nella seconda metà del secolo XIX; ma invece in una serie di paesi l'opportunismo è diventato maturo, stramaturo e fradicio, perché esso, sotto l'aspetto di socialsciovinismo, si è fuso interamente con la politica borghese. [Dal Capitolo VIII]
Titolo originale: "Did Vladimir Lenin Predict The Banking Disaster Of 2008?
"
Fonte: http://www.informationclearinghouse.info/
Link
04.10.2008
Traduzione trascritta dall’Organizzazione Comunista Internazionalista (Che fare), a cura di Marxist Internet Archive.
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| "IL PROBLEMINO DEL CAPITALISMO" | Login/Crea Account | 33 commenti |
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Re: IL PROBLEMINO DEL CAPITALISMO (Voto: 1) di lino-rossi il Martedì, 07 ottobre @ 02:18:01 CDT (Info Utente | Invia un Messaggio) | quello degli ultimi 30 anni non è capitalismo! è pirateria.
"La quota di reddito nazionale lordo che va ai salari netti è in costante riduzione: dal 56% del 1980 al 47% del 1990 al 40% del 1999." dice Alvi in un articolo del Corriere del 15 gennaio 2001.
questi furfanti hanno teorizzato:
- che chi lavora deve farlo per compensi sempre inferiori; infatti trichet continua con questa litania: GUAI ad aumentare gli stipendi!
- che i consumi devono andare avanti coi debiti!!!
come aveva previsto Kalecki http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=4610
non era necessaria una grande intelligenza per capire che portando via delle risorse da un contesto senza immettervele, prima o poi ci sarebbe stato un impoverimento generalizzato, tranne che per i ladroni.
Marx c'entra come i cavoli a merenda; questa è la resa dei conti di Keynes. |
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Karl Marx Loves Wall Street (Voto: 1) di lino-rossi il Martedì, 07 ottobre @ 03:05:14 CDT (Info Utente | Invia un Messaggio) | http://www.ipernity.com/doc/stangrof/3022022
There is a cartoon by Robert Minor, published in 1911, showing Karl
Marx surrounded by enthusiastic Wall Street financiers. They love what
the Communist ideas have done for them. Never has this classic cartoon hit home so much as today, with a bailout of bankers suddenly
prominent in the news. |
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NON POSSIAMO RIABILITARE IL SOCIALISMO (Voto: 1) di V267 il Martedì, 07 ottobre @ 05:06:50 CDT (Info Utente | Invia un Messaggio) | | Che il Capitalismo sia instabile è cosa risaputa. Lo si studia in tutte le facoltà di Economia del mondo.
Il punto è che l'alternativa radicale ad esso, il COMUNISMO, è incompatibile con lo stadio culturale ed evolutivo della specie umana.
Insomma, nei paesi comunisti di una volta si diceva che "tutti erano uguali", ma c'era sempre "chi era più uguale degli altri".
Mi riferisco ai membri della nomenklatura del Partito Comunista, che si spartivano poltrone e potere nelle industrie di stato sovietiche.
Riproporlo non funzionerebbe. Sarebe ancora pù cleptocratico, come nell'Unione Sovietica negli anni prossimi alla sua dissoluzione.
Forse, si dovrebbe proporre un modello neokeynesiano dell'Economia, dove il mercato è uno degli attori principali, ma non l'unico grande contorniato da tanti nanetti come è adesso, compreso lo Stato.
Anzi, è proprio lo Stato che dovrebbe tornare ad essere tale, liberandosi di quelle leadership cleptocratiche che lo hanno ridotto a semplice luogo di incontro di interessi lobbistici.
V267 |
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Re: IL PROBLEMINO DEL CAPITALISMO (Voto: 1) di NullPointer il Martedì, 07 ottobre @ 05:37:16 CDT (Info Utente | Invia un Messaggio) | "quello degli ultimi 30 anni non è capitalismo! è pirateria"
E' una questione puramente semantica. Non è il capitalismo che è piratesco; casomai è la pirateria che è un'attività squisitamente capitalistica.
Riguardo al fatto che il capitalismo sia il sistema più adatto alla natura umana, mi sembra più che altro un ragionamento circolare: è ovvio che in un sistema fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione il capitalismo è l'organizzazione più adeguata. Secondo me è come dire che il naso si è sviluppato per sostenere adeguatamente gli occhiali... Non sarà che è proprio il capitalismo che favorisce gli aspetti più deteriori della natura umana? Una mia misera opinione, per carità.
Saluti a tutti. |
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Re: IL PROBLEMINO DEI COMUNISTI (Voto: 1) di Grossi il Martedì, 07 ottobre @ 07:23:30 CDT (Info Utente | Invia un Messaggio) | | E' che appena le cose vanno male incominciano a pontificare portando ad esempio questi due criminali responsabili della vita in miseria e del'uccisione di 50.000.000 di persone come nulla fosse.
Almeno il capitalisto di massima ci ha dato un buon livello di vita, e se non ci fossero stati questi disgraziati tutto sarebbe proseguito bene, un livello di vita più basso ma pur sempre un livello di vita decente.
Con il comunismo la certezza della miseria è un dato di fatto, Marx piuttosto che far vivere la famiglia nella miseria come ha fatto, avrebbe fatto meglio a lavorare durante il giorno come facciamo noi e pontificare la sera, invece non ha fatto nulla per tutta la sua vita, e devo ascoltare uno che non ha mai praticato il lavoro ?
E' demenza pura, segno che il problemino lo ha lui !
Lenin non brilla neppure lui come figura, sbiadito e vecchio patetico può tornare nei libri di storia o ad essere adorato come un cadavere rinsecchito in una bara di vetro. |
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Re: IL PROBLEMINO DEL CAPITALISMO (Voto: 1) di geopardy il Mercoledì, 08 ottobre @ 09:20:03 CDT (Info Utente | Invia un Messaggio) | | Non entro del merito del keynesismo e non voglio dare ricette facili, non ne sarei assolutamente in grado, ma penso che neanche ad "alti livelli" (ammesso che lo siano) ne sappiano gran che, su come risolvere il tumore inarrestabile di sperpero di risorse, per finalità per lo più superflue, in atto da decenni. Parliamo, parliamo, sistemi economici aperti, chiusi, semiaperti e così via, intanto c'è una cosa che è senz'altro un sistema chiuso, la Terra e se non cambiamo in maniera efficace i nostri comportamenti, addio qualsiasi tipo di sistema economico, perchè non ci sarà più niente da sfruttare. Voglio riprendere l'intervento su Darwin di Nero Oscuro, sono d'accordo qui si mischia e mistifica qualsiasi cosa, purchè le caste religiose si riapproprino della "realtà" del mondo in questo momento di confusione. Secondo me, poche sono le cose valide dei passati esperimenti nelle società e bisognerebbe, innanzitutto, tornare a contemplare la perfezione della natura e non a vederla soltanto come risorsa economica. Tra poco sarà colpa di Galileo Galilei se vediamo lo spazio come un luogo da sfruttare economicamente e qualcuno (tanto per ritornare a quel brillante passato inquisitorio) dirà che Satana l'ha sicuramente ispirato nelle sue azioni per confondere l'essere umano ed allontanarlo dal Creatore, quando, in realtà, casomai, sarebbe il contrario, cioè, un'ulteriore affermazione della Sua grandezza, ammesso che esista, ma siccome è stao concepito nei testi antichi a misura d’uomo, non possiamo fargli fare questo grande salto, sarebbe troppo irraggiungibile per noi ed al tempo stesso, risulteremmo troppo piccoli ed insignificanti, come gli isolani di Rapanui. Siccome una "mano invisibile", detta mercato, sta sputtanando sia la ricerca, valida solo per i suoi discutibili fini, sia la cosiddetta tecnologia, utilizzata alla stessa maniera ed imposta anche se non richiesta, allora tutto ciò che è scienza va emarginato (stiamo appunto discutendo grazie ad una serie delle sue conoscenze applicate, internet) e magari i resti dei dinosauri , come sembra affermino certi creazionisti, sono stati messi lì per testare la nostra fede in Dio, in sintesi, sono un falso artistico del Creatore. Pensavo che saremmo arretrati culturalmente, ma non così tanto e presto. Gli antichi greci avevano una buona conoscenza delle leggi fisiche, praticamente pari all’era galileiana e sapevano calcolare anche, con buona approssimazione, le orbite dei pianeti, non mi risulta ci fosse una persecuzione o un pregiudizio nei confronti di questi scienziati e tantomeno per motivi religiosi, anzi, venivano annoverati al pari dei filosofi, non c’era, quindi, alcuna tara sulla conoscenza, semmai ci sarebbe da chiedersi, perché abbiamo dovuto aspettare il Rinascimento per riscoprirle. Tornando alla crisi finanziaria ed economica odierna, si vuole porre un'ennesima pezza ad un concetto del mondo che va cambiato, ma non credo utilizzando pedissequamente esperimenti passati, peraltro già falliti, ma con un nuovo Umanesimo prima e Rinascimento poi. Il baraccone dei predoni, altrimenti, si salverebbe comunque, come si è già più volte salvato in passato ed a che prezzo (tanto per citare: un paio di guerre mondiali, più tutte le altre). In ogni epoca i sopraffattori hanno utilizzato la guerra, al tempo stesso, sia come coesione sociale sia come distruzione di dissenso, oltre che per propria brama di conquista e potere. Tanto per citare Marx, diceva che lo stato nazione (nato tra il XV e XVI sec d.C.) portava già in se i germi della sopraffazione dei pochi sui tanti, quindi, a meno che, lo stato non sia inteso come realmente socialista (ed anche qui abbiamo assistito alle medesime degenerazioni elitarie, nelle sue sperimentazioni), qualsiasi cosa che tenga in vita un privilegio, degenererebbe nuovamente, una volta passata la buriana finanziaria, verso ciò a cui abbiamo già assistito, magari con forme apparentemente differenti. Ad esempio, le odierne caste improduttive (se escludiamo la produzione dell’enorme volume dei debiti per i più e delle favolose loro ricchezze) di speculatori, assomigliano a quei nullafacenti degli aristocratici del passato (mi riferisco in particolare alle ultime dinastie), i quali, appunto, gozzovigliavano, retti dalla forza dei loro eserciti e delle loro burocrazie, a sbafo della popolazione sofferente, a causa, principalmente, del loro stile di vita altamente dissipatore, non necessita ulteriormente che si carichi la collettività dei loro errori. Per i nobili, venne la Rivoluzione Francese e cominciò a spazzarli via, ci volle un po' di tempo, ma in Europa, in effetti, non vi è più traccia (a parte le folkloristiche monarchie rimaste). Piano piano, però, si sono formate altre dinastie di differente lignaggio e per un periodo storicamente breve, seppur lungo qualche generazione, queste nuove caste hanno portato un certo tipo di società piena di comodità (confort), come non se n'erano mai viste nella storia, tutto ciò, naturalmente, grazie soprattutto alle applicazioni della scienza distribuite in massa. Ora, però, dopo circa un secolo e mezzo di dietrologia del potere, ci stiamo accorgendo, grazie, principalmente, alla diminuzione dell'analfabetismo ed allo sviluppo scientifico delle telecomunicazioni, con annesso il crescente accesso ad esse da parte della popolazione (forse uno dei pochi reali meriti di questo sistema), che qualcosa di molto grave ci hanno taciuto, cioè, tutti i disastri passati e presenti (se li lasciamo sopravvivere indisturbati, anche quelli futuri), i cui nodi stanno venendo gradualmente al pettine. Siamo profondamente delusi e cominciamo a comprendere che le miriadi di luci ed immagini che ci propongono, sono un grande inganno. La scienza, a questo punto, rischia di essere identificata con il potere, grazie anche alla benevolenza di tanti accademici, attirati da facili ricchezze e da un sistema che li subordina sempre più al ciclo produttivo, portandola al di fuori della sua vera sfera di competenza, che è la conoscenza, anche se, personalmente, la ritengo uno dei modi per porre un approccio alla conoscenza delle leggi dell’universo, oltretutto abbastanza limitato, ma non ne contesto la validità in generale. In conclusione, tornando nuovamente alla sfera economico-finanziaria, si dovrebbe aver tempo di riflettere, prima di qualsiasi intervento, ma non te lo lasciano fare, anzi, potresti anche avere il legittimo sospetto, che sia tutta una macchinazione ben congegnata, nel senso del tempismo e della velocità, ma potrebbero averla velocizzata, poiché, ancora per un mese le condizioni sono a loro nettamente favorevoli (Bush è ancora lì, uno dei loro sicuramente, insieme a Paulson). Non nutro, naturalmente, molti dubbi sulla realtà della crisi, altrimenti sarebbe la fine della logica razionale dei numeri. Ciao |
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Re: IL PROBLEMINO DEL CAPITALISMO (Voto: 1) di Kartman il Giovedì, 09 ottobre @ 06:03:19 CDT (Info Utente | Invia un Messaggio) | | A mio modo di vedere il problema del Capitalismo è il Capitalismo stesso...
Questa teoria opposta a quella Marxista-Leninista... implica intrensicamente nella sua evoluzione storica, fisiologica, tecnologica e globale lo "sfruttamento", in quanto necessario, di uomini, donne, bambini, risorse, materiali, ambiente, ecc.
Implica la repressione del pensiero, della filosofia, della sociologia nelle sue forme più elevate ed anche mistiche.
Implica soprattutto e per necessità, l'imperialismo, il colonialismo, il liberismo esasesperato...
Poi mettuamoci anche degli usurai, assassini, miliardari a gestirlo a livello planetraio ed il quadro è completo.
Non ho ricette facili... Ho la mia....
Socialismo o barbarie |
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