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  MORTE CEREBRALE, MOSTRUOSITA' INVENTATA DALLA SCIENZA
Postato il Giovedì, 11 settembre @ 06:50:00 CDT di davide
 
 
  Filosofia DI MASSIMO FINI
Il Gazzettino

La "morte cerebrale " è una mostruosità che solo la medicina moderna poteva inventarsi. Nacque il 5 agosto 1968 da un gruppo di medici di Harvard che pubblicò sul "Journal of American Medical Association" un rapporto in cui fissava il momento della morte non quando il cuore non batte più - com'era stato da che mondo è mondo - ma quando c'è la perdita irreversibile di ogni attività cerebrale e, contemporaneamente l'individuo non può respirare più in modo autonomo ma deve essere aiutato da dei macchinari. Il criterio è stato poi adottato da tutta, o quasi, la comunità scientifica internazionale. Il problema - spiega il professor Luigi Beretta al San Raffaele - nacque negli anni Sessanta "quando i medici si resero conto che le nuove tecniche di rianimazione potevano far ripartire il cuore e perciò hanno modificato il concetto di morte e introdotto quello di morte cerebrale ".

Detta così sembra che la "morte cerebrale " sia nata per ovviare, pietosamente, ad un'intrusione della medicina tecnologica. In realtà serviva per favorire la tecnica e la pratica degli espianti allora agli inizi. Ma la "morte cerebrale " è solo una convenzione, non è un fatto fisico inequivocabile come quando il cuore cessa di battere e con esso, tutte le funzioni vitali. Non è la vera morte . Tanto che per accertarla c'è bisogno di sofisticate apparecchiature (l'encefalogramma, l'angiografia e altre) mentre quando un uomo è morto sul serio lo si vede "ictu oculi" senza bisogno di tante indagini. E tanto più che spesso si tengono in vita (in vita) persone considerate "clinicamente morte " ai fini di espianto per potergli strappare organi ancora, appunto, vitali.

Per salvarsi l'anima gli scienziati fanno una distinzione fra l'individuo e il suo corpo. Nella "morte cerebrale " l'individuo non esisterebbe più ci sarebbe solo il suo corpo. Ma che distinzione è mai questa? L'uomo è il suo corpo, e quando il suo cuore batte e il sangue pulsa nelle vene è vivo. Nel 2002 c'è stato il caso di una donna incinta data per "clinicamente morta" che ha continuato a portare avanti la sua gravidanza.

Cosa significa tutto questo? Che quando i medici espiantano un organo ad un uomo morto solo per una convenzione, stabilita a loro uso, in realtà lo strappano ad una persona che è ancora viva. E non potrebbe essere diversamente perchè se fosse veramente morta lo sarebbero anche i suoi organi che quindi non potrebbero essere più utilizzati per gli espianti e i trapianti. E questo è tanto più vero dato che, come si è ricordato, delle persone considerate ufficialmente morte vengono tenute artificialmente in vita per poter procedere all'espianto. I medici quindi quando espiantano gli organi non solo uccidono una persona ancora viva ma quando la tengono in vita artificialmente impedendo la morte naturale, la torturano, per ore, per giorni. Si dirà che espianti e trapianti servono a salvare altre vite. Ma a parte che per ottenere questo risultato bisogna uccidere, dopo averli torturati, uomini vivi, a parte che a me sembra orribile essere costretti a sperare che un ragazzino di 14 anni si spacchi il cranio col suo motorino per salvare un uomo di 60, questa favorisce una cultura e una mentalità, già ampiamente presente nella società del benessere che ha stolidamente proclamato il diritto alla felicità, di non-accettazione della morte (che felicità ci può mai essere se poi, a conti fatti, sia pur con qualche dilazione, si muore lo stesso?). La morte (la morte biologica intendo, quella inevitabile) è stata rimossa, scomunicata, proibita, dichiarata pornografica, è "il Grande Vizio che non osa dire il suo nome", tanto che i media non ne parlano e preferiscono puntare pesantemente sulla medicina tecnologica che prima o poi ci guarirà da tutti i mali e, forse, ci renderà immortali. Ma questa rimozione di un evento comunque ineluttabile porta inevitabilmente con sè una paura della morta quale nessuna scietà del passato ha mai conosciuto in questa misura. E come diceva il vecchio e saggio Epicuro: "Muore mille volte, chi ha paura della morte ".

Massimo Fini
Fonte: http://www.massimofini.it/
Uscito su "Il gazzettino" il 05/09/2008
 
 
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Il testamento biologico (Voto: 1)
di Tao il Giovedì, 11 settembre @ 06:56:13 CDT
(Info Utente | Invia un Messaggio)
IL TESTAMENTO BIOLOGICO

DI GIULIO MOZZI *
Il mattino

Si parla molto, oggi, del “caso” di Emanuela Englaro e di suo padre Giuseppe. Io non ho alcuna opinione su questo “caso”. Ma ho delle opinioni su di me, e le scrivo qui sotto in forma di “testamento biologico”. Mi piacerebbe se altre persone, magari più autorevoli di me, decidessero di rendere pubblico il loro “testamento biologico”. Magari scrivendolo, come io ho fatto, in maniera problematica; ma ben consapevoli che, se domani si ritrovassero nelle stesse condizioni di Emanuela Englaro, le loro pubbliche e pubblicate parole non sarebbero prive di conseguenze.

Ho quarantott’anni e, sinceramente, spero di arrivare alla morte in condizioni decenti. Il dizionario di Tullio De Mauro, alla voce “decenza”, dice: “Convenienza, decoro, pudore rispetto alle esigenze etiche della collettività”. Quando penso alla decenza, invece, io penso alle “esigenze etiche” mie proprie. Quali siano queste mie “esigenze etiche”, io solo lo so: e non lo so ora per allora (un “allora” futuro), ma lo so in ciascun momento per quel momento.

È possibile, peraltro, che io mi possa trovare, in un certo momento della mia vita, nell’incapacità di stabilire quali siano le mie “esigenze etiche” in quel preciso momento. Perciò – è questo il mio testamento – dico e dichiaro, qui e pubblicamente, che desidero che in quel certo momento le persone che mi amano possano decidere, abbiano il diritto e il dovere di decidere, in mio nomen quali siano le mie “esigenze etiche”.

Sospetto che “le persone che mi amano” non sia una definizione precisa – dal punto di vista giuridico. Credo che questa difficoltà sia inevitabile. Credo che la legge possa dire solo cose del tipo: che decida in mio nome la persona a me unita in matrimonio (o in altro tipo di unione), il parente più stretto, eccetera. Non mi dispiacerebbe però se, piuttosto che la legge, la consuetudine o la giurisprudenza conducessero a individuare la persona, o le persone, che possa o possano decidere, in quel certo momento, quali siano le mie “esigenze etiche”. Peraltro, sarei portato a pensare che il diritto e il dovere di decidere quali siano le mie “esigenze etiche” spetti semplicemente a chi scelga di prendersi la responsabilità di decidere quali siano le mie “esigenze etiche”. Credo che il fatto stesso che una persona sia disponibile ad addossarsi tale responsabilità (con tutti i rischi legali, sociali, morali eccetera che ciò comporta) basti a identificare questa persona come persona che mi ama.

Non sono sicuro di tutto questo, e non sono sicuro di averlo detto bene. Prendete le parole del secondo capoverso come un tentativo provvisorio. Se qualcuno vuole e può aiutarmi a formulare con più giustizia e più precisione, lo ringrazio. Ho detto prima che quando penso alla “decenza” penso alle “esigenze etiche” mie proprie. Difatto, per ora, è così. Ho il sospetto, tuttavia, che se penso solo alle “esigenze etiche” mie proprie forse penso solo a metà. Non sono solo al mondo. Tutta la mia vita è intrecciata a tante altre vite. Mi domando: le “esigenze etiche” mie, e quelle delle persone alla cui vita è intrecciata la mia vita, in che maniera si intrecciano? In che modo diventano “esigenze etiche” condivise? La parola “esigenze”, poi, mi convince poco: come se l’etica fosse un fatto di esigenze (“esigenza”: “ciò che si richiede a tutela di un diritto o di un interesse o per propria convenienza” – sempre il De Mauro), e non invece (o almeno: anche; e piuttosto: soprattutto) un fatto di desideri (“desiderio”: “intenso moto dell’animo che spinge a voler ottenere o realizzare qualcosa che si considera un bene”).
Mi piacerebbe, ecco, anzi: desidero morire in modo da ottenere o realizzare un bene. E se in quel momento io fossi incapace di agire, decidere o parlare, mi piacerebbe se, nell’accompagnarmi alla morte, le persone che mi amano fossero guidate dal desiderio di ottenere o realizzare un bene.
Vorrei morire come una creatura.

Il mio testamento è questo: credo che chiunque deciderà per me, deciderà per amore; e sarà responsabile della sua decisione. (“Decidere per amore” e “essere responsabili”: due modi, mi pare, di dire la stessa cosa).

[da il Mattino di Padova, 16.7.08]

* Giulio Mozzi, (Camisano Vicentino, 1960) è uno dei più apprezzati scrittori italiani contemporanei. Docente di scrittura creativa e cercatore di talenti letterari, a lui si devono la scoperta di Vitaliano Trevisan, Laura Pugno Tullio Avoledo, Leonardo Colombati e altri narratori italiani. Dal 2002 cura la narrativa italiana per la casa editrice Sironi, dal marzo 2008 è consulente di Einaudi Stile Libero. In rete cura il blog Vibrisse Bollettino e ha promosso la casa editrice vibrisselibri. Vive a Padova.


 
 


 
 
Re: MORTE CEREBRALE (Voto: 1)
di alnilam il Giovedì, 11 settembre @ 08:42:49 CDT
(Info Utente | Invia un Messaggio)
Aggiungo solamente, al condivisibilissimo e veritiero commento di MF alle esternazioni della curia romana sul concetto di morte cerebrale, che in caso di espianto di organi da un corpo cerebralmente morto ma "battente" il protocollo medico-chirurgico prevede di fermare la "macchina umana" non prima di averla ANESTETIZZATA! Saluti


 
 


 
 
Re: MORTE CEREBRALE (Voto: 1)
di francesco_ce il Giovedì, 11 settembre @ 12:53:32 CDT
(Info Utente | Invia un Messaggio)
Bellissimo articolo. All'uopo, consiglio a tutti di visitare il sito della LEGA NAZIONALE CONTRO LA PREDAZIONE DI ORGANI, della quale sono socio. www.antipredazione.org


 
 


 
 
Re: MORTE CEREBRALE (Voto: 1)
di albertgast il Giovedì, 11 settembre @ 15:13:16 CDT
(Info Utente | Invia un Messaggio)
Sono spesso d'accordo con Massimo Fini, ma stavolta no. Ho il cartellino sempre in tasca: se dovesse capitarmi qualcosa possono prendere dal mio corpo quello che vogliono, sempre che ci sia ancora qualcosa di buono. Non ho paura di morire. Ho paura della sofferenza senza speranza. Che me ne faccio del mio corpo integro, se il cervello non funziona più? Se posso dare un "pezzo di ricambio" a qualcuno a cui serve, ne sono felice. Forse perchè nella mia famiglia ho avuto persone care con problemi e so cosa vuol dire. Se ci fosse stata allora la possibilità di fare un trapianto, la loro vita sarebbe stata completamente diversa, così come quella di tutti noi famigliari. Io non voglio "vivere" attaccata ad una macchina, come Eluana. Per nessuna cosa al mondo. Ho scritto una specie di testamento biologico che tengo assieme alla tessera sanitaria, dove dico che NON voglio nè essere attaccata ad una macchina, nè essere amputata di qualche parte. Voglio andarmene quando arriva la mia ora. Non quando decidono medici o giudici che nulla sanno di me. Ho stressato tutti i miei famigliari con queste mie volontà, ora l'ho scritto anche qui. Che non si dica che nessuno sapeva.


 
 


 
 
Re: MORTE CEREBRALE, MOSTRUOSITA' INVENTATA DALLA SCIENZA (Voto: 1)
di atreyu il Venerdì, 12 settembre @ 07:52:52 CDT
(Info Utente | Invia un Messaggio)
sono stupito che ci sia ancora gente che la pensa a questo modo...donare organi a corpi funzionanti autonomamente (questo è essere vivi,funzionare autonomamente) prelevandoli da corpi NON funzionanti autonomamente non lo trovo in nessun modo nè ingiusto nè scorretto... e se mai mi capiterà qualcosa e non potrò più funzionare autonomamente spero tanto che i miei organi possano essere donati a persone che ne hanno davvero bisogno


 
 


 
 
Articolo correlato (Voto: 1)
di Truman (truman_burbank34@yahoo.it) il Venerdì, 12 settembre @ 12:02:24 CDT
(Info Utente | Invia un Messaggio) http://trumanb.blogspot.com/
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