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La tecnologia non può redimere l’uomo: dunque, la civiltà te

 
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Registrato: Nov 24, 2009
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MessaggioInviato: Gio Feb 14, 2013 2:59 pm    Oggetto: La tecnologia non può redimere l’uomo: dunque, la civiltà te Rispondi citando

La tecnologia non può redimere l’uomo: dunque, la civiltà tecnologica è perduta.

La vecchia e ormai stucchevole discussione se la scienza e la sua derivata, la tecnica, siano un bene o un male per la maturità etica dell’individuo e della società, sempre più malamente riesce a celare, dietro i suoi veli pretestuosi, il problema di fondo che si cerca di occultare, proprio sommergendoci sotto un mare di chiacchiere insulse: e cioè che la scienza e la tecnica, o meglio l’odierna tecno-scienza, non sono in grado di salvare nessuno, né l’individuo, né la società, per il loro stesso statuto ontologico; eppure, surrettiziamente, si cerca in continuazione di suggerire proprio questa conclusione, cioè che da esse verrà la nostra redenzione.

La tecno-scienza ci han già aiutati in tante circostanze, dalla lotta alle malattie epidemiche ai trapianti d’organi, e ci ha già reso la vita comoda in tante maniere, allungando, si dice, la sua durata media, che non si esita a suggerire, sia pure in maniera obliqua e indiretta, che essa, prima o poi, riuscirà a sconfiggere anche l’ultimo nemico: la morte; e che, nel frattempo, possiamo fidarci di essa quanto basta per sottoscrivere una cambiale in bianco: dignità, autodecisione, senso morale, tutto può essere accomodato, aggiustato e, se necessario, sospeso, in nome del bene supremo che la tecno-scienza è in grado di offrirci: una vita sempre più comoda, un benessere sempre più grande, una sicurezza tale da coprire quasi tutti i fattori di rischio, che rendevano tanto incerta e tribolata l’esistenza dei nostri nonni e dei nostri progenitori.

Il problema è proprio questo: che la comodità, il benessere, la sicurezza sono stati realmente accresciuti, nessuno lo nega e nessuno potrebbe farlo; ma, insieme ad essi e contemporaneamente, sono cresciuti anche una serie di effetti collaterali, da essi ineliminabili, di segno negativo, che hanno reso la nostra vita più difficile, più problematica, più angosciosa. Si pensi solo, tanto per fare un esempio, alle malattie iatrogene, provocate, cioè, dalle cure stesse o dalle strutture sanitarie, che formano una percentuale tutt’altro che secondarie delle malattie che la nostra tanto vantata medicina moderna si vanta di potere, essa sola, diagnosticare correttamente e curare. Tutto nasce dalla grande illusione e dal grande inganno dell’Illuminismo: che il benessere sia press’a poco sinonimo di felicità; che il progresso porterà a tutti benessere e felicità; che la ragione, la ragione critica e spregiudicata, metterà in moto la ruota del progresso; e che il metodo empirico e sperimentale, formulato da Galilei oltre un secolo prima, sia il solo modo giusto per accostarsi alla conoscenza del reale, il solo che possa dare risultati esatti e, quindi significativi e utili per l’umanità: insomma, il solo capace di realizzare il progresso.

Il metodo empirico e sperimentale, così come è stato formulato da Francis Bacon, Galilei, Cartesio, Newton, e come è tuttora divulgato dalla cultura dominante, parte da una premessa rigorosamente meccanicista: l’universo è una macchina; le sue leggi sono fisse e immutabili; sono anche traducibili in termini matematici; dunque, quello matematico è il solo metodo corretto per porsi davanti alla natura e, per estensione, davanti a se stessi, davanti al prossimo, davanti a Dio (al punto che Galilei, che si ritiene un buon credente, nel «Dialogo sopra i due massimi sistemi» si spinge ad affermare che, quanto alla certezza delle conoscenze matematiche, quella posseduta dell’uomo è pari a quella di Dio stesso).

E poco importa che fior fiore di scienziati e di filosofi, a cominciare da Émile Boutroux, abbiano mostrato, da più di un secolo, tutta l’inconsistenza e la fallacia di una simile armatura concettuale: della pretesa della scienza, in particolare, di porsi come sapere “certo”, e, a maggior ragione, della pretesa della scienza non solo di poter spiegare, un poco alla volta, i misteri della natura, ma anche di potersi ergere a sapere normativo nel campo della ragion pratica, dell’etica; in poche parole, di dirci cosa sia bene e cosa sia male, cosa sia lecito e cosa sia illecito, cosa sia giusto e cosa sia ingiusto, e che cosa noi dobbiamo fare e come dobbiamo regolarci davanti alle scelte che ci si pongono nel corso della vita.

La verità è che nella natura non ci sono affatto delle “leggi”, perché quelle che noi chiamiamo pomposamente leggi  (addirittura costanti e immutabili, secondo Galilei), altro non sono che le etichette che noi applichiamo a una realtà che, nella sua intima essenza, ci sfugge inesorabilmente: il “noumeno” kantiano, l’”in sé” delle cose, di cui non sappiamo nulla, perché, come diceva il buon vecchio Berkeley, “esse est percipi”, essere è l’essere percepito, e tutto ciò che noi sappiamo e conosciamo della natura, in realtà lo conosciamo per mezzo dei nostri sensi, dentro la nostra mente e non “fuori”. E le scoperte più recenti nel campo della scienza, specialmente nella fisica delle particelle sub-atomiche, come il principio di indeterminazione di Heisenberg, altro non hanno fatto che confermare questa semplice verità: non c’è nessuna legge inerente ai fenomeni della natura, anzi, già il solo fatto di osservarli significa agire su di essi e  modificarli. E dunque tali fenomeni non sono nella natura, o, se lo sono, la loro vera essenza sfugge inesorabilmente al nostro sguardo; noi vediamo solo ciò che crediamo di vedere, solo ciò che la nostra mente è in grado di organizzare e i nostri sensi sono in grado di percepire; ma non vi è la minima prova a sostegno del fatto che quanto vi è nella nostra mente e nei nostri sensi coincida con quanto esiste realmente al di fuori di noi, in un supposto regno della natura che esista indipendentemente da noi, che lo pensiamo e che lo osserviamo.
Ha osservato in proposito Vittorino Andreoli nel suo ampio studio «Principia. La caduta delle certezze» (Milano, Rizzoli, 2007, pp. 46-50):
 
«Si ammetteva che la scienza genera la tecnologia: con i suoi vantaggi ma anche danni altrettanto evidente.  E proprio in questa relazione si intravide persino il male della scienza. “Sapere è potere, è stato detto; ma, ahimè, se il potere p bene,  è anche potere il male” (L: De Broglie, “Materia e luce”, Bompiani, Milano, 1943). Non è facile separare le due espressioni, e sovente i danni della tecnica  si riversano negativamente sulla scienza.  Johann Wolfgang von Goethe stesso fa sì che Faust, l’eroe del secolo, esplorati i campi dello spiriti e della vita terrena,  rivolga alla tecnica il suo ultimo pensiero:  morente, placato, davanti allo spettacolo delle vaste lande demoniacamente  bonificate, sa che nella tecnica si adempirà il destino dell’economia, ma non dello spirito. Faust non si è redento e la maledizione mefistofelica ha continuato a tormentare  i suoi seguaci: la tecnica non è sufficiente a redimere. Non può certamente essere la sola tecnica a salvare una civiltà.

Un esempio: se la civiltà greco-romana cadde, ciò fu per il lento oscuramento e per la dispersione  di un patrimonio culturale faticosamente accumulato, e non per ragioni esterne come le invasioni barbariche. Finché il desiderio di fedeltà alla propria storia sarà vivo, e forse oggi non lo è più nella nostra civiltà non vi è da temere una decadenza e una fine e ciò indipendentemente dalla tecnologia.

La Serenissima Repubblica di Venezia crolla dopo un millennio di dominio e non si riesce trovare alcu fatto notevole che ne giustifichi la fine. A venire meno sono la perdita di “fiducia” nelle istituzioni che ne erano state alla base e il modo stesso di percepire Venezia e il suo ruolo. Insomma, la caduta è prima di tutto legata alla stanchezza, all’esaurimento dei principi e della cultura che l’aveva vista nascere e dominare con uno stile proprio e mai più ripetutosi nella storia.

José Ortega y Gasset grida l’allarme della specializzazione ne “La ribellione delle masse” (1929-30). Ha parlati di “barbarie della specializzazione”, che è un fenomeno tipico delle scienze e delle tecnologie sia pure considerate in senso ampio Insomma, non è alla tecnologia che si può legare una civiltà,  e nemmeno la sua fine. Il problema del nostro tempo  è se la civiltà, FONDATA SULLA RAGIONE,  possa sopravvivere mentre la ragione crolla o è del tutto scomparsa.

Quando la scienza del mondo classico decadde,  i contemporanei non se ne resero conto, essi pensavano anzi  di avere progredito sostituendo vaste e ben ordinate enciclopedie agli scritti disordinati e frammentari dei precursori.  E quando la superstizione dominò,  con i neopitagorici e con gi ultimi rappresentanti  del neoplatonismo, gli uomini del tempo non si resero conto che stavano perdendo qualcosa di prezioso, la sobria chiarezza della ragione e i tesori del sapere, al contrario erano convinti di scoprire o riscoprire nuovi mondi  e ben più ricchi.

La decadenza morale  vera e propria si ha quando il senso dell’onesto  si ottunde e non quando i moralisti tuonano contro la corruzione dei tempi. Che oggi la scienza sia in crisi è indubbio, ma occorre vedere in che cosa consista questa crisi. I grandi risultati che la scienza continua ad accumulare sono fuori discussione,  sono prodigiosi, ma riguardano la vita materiale,  e non il sapere vero e proprio. Innanzitutto costituiscono  essi stessi un problema, per  il differente uso che se ne può fare:  non sono il bene in sé, ma devono servire al bene che però le scienze del mondo fisico non sanno da sole definire o indicare.

La “Scientia” deve essere guidata dalla “Sapientia”, avrebbe detto uno stoico. Ed ecco ancora come dalla scienza nasca un problema filosofico, che deve assolutamente coinvolgere lo scienziato in quanto egli è anche uomo. Inoltre, se non si può andare contro la scienza, pretendendo di correggerla  in base alle nostre esigenze e ai nostri principi, non ci deve neppure aspettare che la scienza possa fornirci la soluzione di quei problemi insopprimibili che sono veramente e genuinamente filosofici.  Non si può nutrire l’illusione scientista che i problemi  che toccano più da vicino l’umanità possano essere risolti,  o che lo saranno un giorno, ma grazie a qualche scoperta scientifica.

I fatti, campo esclusivo della scienza sperimentale, non bastano più a se stessi: per spiegarli è necessario introdurre uno straordinario numero di ipotesi,  e queste sono attualmente così contrastanti tra loro da costituire da sole un problema, e di una tale complessità   che non può, almeno per ora, essere risolta sperimentalmente.  La scienza, insomma, ha scoperto in sé tutto un mondo di problemi  che sono di natura filosofica ed è così divenuta essa stessa, nel suo costituirsi e svilupparsi, un problema filosofico. […]

Quanto siamo lontani dalla “pacifica filosofia sicura”  del Settecento, quando sembrava  che ogni segreto della natura fosse stato svelato o stesse per esserlo. […] Dunque non c’è dubbio, la scienza non ha risolto i problemi   della conoscenza, semmai li ha complicati   e, a parte i progressi nella vita pratica e i disagi che si mescolano, ha lasciato l’uomo nel dubbio, nel’incertezza e nella disperazione. In questo senso si parla di crisi di una civiltà e certo a farlo non sono delle Cassandre, ma già Oswald Spengler, nel “Tramonto dell’Occidente”, parla di una decadenza della civiltà legata all’incertezza della scienza e all’indeterminazione di ciò che ci racconta.

Non siamo lontani da quanto affermava un medico veronese del Cinquecento, Girolamo Fracastoro, lo scopritore delle cause della sifilide (il “treponema pallidum”) nell’epistola a “Flaminium et Galeatum  Florimintium”: “che dirò mai ch’io faccia, qual vita dirò chi’io conduca, se, misero, inquieto,  indago sempre ed invano il mondo  che mi sfugge, se, appena  per poco si mostra, a me, sì come Proteo, già  presto mutato d’aspetto,  in mille modi m’inganna?”»
 
Il libro di Vittorino Andreoli è stato strapazzato malamente da certa critica saccente e superciliosa, vuoi per l’uso disinvolto delle fonti, vuoi per la pesantezza dell’impianto e la scarsa profondità delle tesi filosofiche; è stato rimproverato all’autore il fatto che egli, come psichiatra, non avrebbe dovuto avventurarsi su un terreno non suo - argomento che per noi vale zero, perché quello che conta in un libro non è il titolo di studio di chi lo ha scritto, ma la bontà di quanto vi è esposto.

E, anche se è vero che non si tratta di un’opera particolarmente profonda e originale, nondimeno è una buona sintesi delle vicende storico-culturali che hanno portato alla odierna crisi delle certezze, partendo dalla matematica e dalle scienze e giungendo fino all’ambito religioso e morale; di un’opera sostenuta da chiarezza di idee e da uno stile limpido, scorrevole e comprensibile a tutti – il che non ci sembra affatto un limite, semmai un pregio, anche se forse è proprio questa una delle cose che danno tanto fastidio a certi filosofi di professione, i quali si ha l’impressione che amino esprimersi in modo quanto mai criptico, proprio per tenere alla larga dalla loro riserva di caccia gi estranei non autorizzati e i non addetti ai lavori.

Ma venendo al brano che abbiamo sopra riportato, ci sembra che esso si presti a una utile riflessione sul rapporto tra lo sviluppo delle scienze, culminato, a partire dal XVII secolo,  nella loro franca dittatura, e la crisi non solo di certezze, ma anche di valori, nella quale ci stiamo dibattendo e dalla quale sembra che niente e nessuno siano in grado di risollevarci, restituendoci sia pure un minino di serenità per il futuro e di fiducia nel senso della nostra vita.

Non si tratta, è vero e lo ripetiamo, di concetti nuovi; Drieu La Rochelle, fra gli altri, lo aveva già detto almeno ottant’anni fa, allorché affermava che l’umanità ha bisogno di ben altro che di macchine, per ritrovare l’equilibrio e la pace con se stessa; pure, nel coro desolante degli asini conformisti che ragliano a comando, tutti insieme, le stesse stupidaggini neopositiviste, imbevute di materialismo grossolano e di meccanicismo ingenuo e superato dai fatti, nondimeno sgradevole e arrogante, il fatto che qualcuno li riprenda e li sappia esporre con sufficiente chiarezza e capacità argomentativa, non può che essere considerato in maniera positiva.

La conclusione a cui necessariamente si arriva, dopo aver preso atto che nessuna tecnica può redimere l’uomo, né potrebbe salvare il nostro mondo, è che la nostra civiltà, nella misura in cui si fonda sulla pretesa, o sull’illusione, che la tecnologia ci possa redimere, sta letteralmente poggiando sul vuoto; e, quindi, che essa è perduta, e noi con lei.

Se vogliamo scongiurare una simile prospettiva, se vogliamo allontanare lo spettro del tramonto, del collasso, dell’implosione, non ci resta altra strada che quella di riconoscere l’errore commesso, di fare ammenda della nostra presunzione, di purificarci con un salutare bagno di umiltà; e ritirare al più presto la cambiale in bianco che, imprudentemente, abbiamo rilasciato al Dio falso e bugiardo della tecno-scienza, investendo quest’ultima di un ruolo che non le compete e che non appartiene al suo statuto ontologico.

La tecnica, per definizione, è un mezzo: e come potrebbe un semplice mezzo, una tecnica appunto, sostituirsi ai valori e indicarci quali fini dobbiamo perseguire, quali dobbiamo evitare, e che cosa dobbiamo ritenere giusto e degno di essere realizzato nella nostra vita?

di Francesco Lamendola - 01/02/2013

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=44982
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Black_Jack
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MessaggioInviato: Gio Feb 14, 2013 4:35 pm    Oggetto: Rispondi citando

Sì, ma ogni tanto provate a cambiare il punto di vista, no?
Vi renderete conto che questo tipo di considerazioni apparentemente obiettive presuppongono una mentalità e una filosofia che determinano interamente non solo le premesse ma anche le conclusioni alle quali inevitabilmente e pedissequamente si arriva.
E forse la centralità dell' "Uomo" con la U maiuscola non è un dato di fatto indiscutibile; e forse non è l' "Individuo" che è l'atomo della società ma è la società che determina l'Individuo, almeno nella accezione che gli abbiamo attribuito da solamente poco più di un secolo. Senza distinguere, mettendo sullo stesso piano i due termini individuo e società come fa chi scrive l'articolo, non si va da nessuna parte e si resta impigliati nelle vecchie aporie.

Ciò che chiamiamo pomposamente "salvezza dell'Uomo", "maturità etica" e soprattutto la "cultura", che tendiamo ciecamente a ipostatizzare, sono concetti (e non sostanze dotate di statuto ontologico) che si incarnano esclusivamente nella rete dei rapporti di un sistema fatto di individui che si riconoscono come "facenti parte di un gruppo" (intendo dire che di fatto invece si tende prima a stabilire una definizione e poi ad applicarla il che sclerotizza in maniera strumentale il discorso prefigurandone rigidamente il percorso e il punto di arrivo). E' solo ed esclusivamente questo senso di appartenenza (se volete "ciò che lega assieme" ossia "re-ligio") che rappresenta in sé stesso l'essenza, la salvezza, lo statuto ontologico del nostro essere nel mondo. E' solo questo che determina interamente il nostro sempre provvisorio "essere individui".

E quindi invece di discettare sui sensi o non sensi della tecnologia e della scienza moderna accettiamo tranquillamente questo fattore di evoluzione e di cambiamento profondo rappresentato dalla tecno-scienza perché il problema è solo come lo sapremo "interpretare" tutti insieme.
Ossia quanto la condivideremo invece di renderla strumento di dominio e di differenziazione, quanto sapremo rendere anche gli ultimi consapevoli e partecipi dell'elaborazione in comune del senso, del significato e dell'uso delle nuove scoperte e invenzioni.
La tentazione del potere e del dominio sono sempre esistite e oggi non cambia nulla; anzi forse la tecnologia, almeno nella sfera delle comunicazioni e dell'automazione, potrebbe aiutarci per la prima volta nella storia ad andare oltre il narcisismo primario dell' umanità.
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Kevin
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MessaggioInviato: Gio Feb 14, 2013 6:35 pm    Oggetto: Rispondi citando

La tecnologia è un grande inganno, molto più subdolo di tutte le religioni mai esistite nella storia dell'umanità.
Se domani scoprissero il modo per farci vivere fino a 200 anni ci farebbero lavorare fino a 180 anni. Se domani scoprissero il modo per nutrirci con una semplice pillola farebbero sparire la pausa pranzo mantenendo lo stesso orario di lavoro. Se domani si facesse Milano-Parigi in 1 ora, bisognerebbe tutti andare a lavorare a Parigi. Oggi se non sai usare il computer non trovi lavoro. Oggi se non hai la patente non trovi lavoro. Curioso: sono libero di trovare lavoro solo nel momento in cui sono costretto a saper guidare un automobile e usare un computer. E la tecnologia ci rende liberi, come no. Liberi di rientrare in un intervallo di confidenza per gli spammer che prendono le tue abitudini direttamente da google. Cazzo, questa sì che è la libertà di cui avevo bisogno.
Sempre meno tempo per la famiglia, sempre meno tempo per se stessi, sempre meno tempo per vivere e sempre più dipendenti dalla tecnologia. Oh, certo, che mondo meraviglioso quello in cui ci gratteremo i coglioni dalla mattina alla sera e le macchine faranno il lavoro sporco.
Peccato che non succederà: le macchine faranno il lavoro sporco e gli uomini staranno a programmarle per 10 ore al giorno. Ma se non vi va giù l'idea potete calarvi di flunitrazepam così la realtà sembrerà migliore. Sia mai che dobbiamo tornare al 1600 eh.
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MessaggioInviato: Gio Feb 14, 2013 6:40 pm    Oggetto: Rispondi citando

Kevin ha scritto:
La tecnologia è un grande inganno, molto più subdolo di tutte le religioni mai esistite nella storia dell'umanità.
Se domani scoprissero il modo per farci vivere fino a 200 anni ci farebbero lavorare fino a 180 anni. Se domani scoprissero il modo per nutrirci con una semplice pillola farebbero sparire la pausa pranzo mantenendo lo stesso orario di lavoro. Se domani si facesse Milano-Parigi in 1 ora, bisognerebbe tutti andare a lavorare a Parigi. Oggi se non sai usare il computer non trovi lavoro. Oggi se non hai la patente non trovi lavoro. Curioso: sono libero di trovare lavoro solo nel momento in cui sono costretto a saper guidare un automobile e usare un computer. E la tecnologia ci rende liberi, come no. Liberi di rientrare in un intervallo di confidenza per gli spammer che prendono le tue abitudini direttamente da google. Cazzo, questa sì che è la libertà di cui avevo bisogno.
Sempre meno tempo per la famiglia, sempre meno tempo per se stessi, sempre meno tempo per vivere e sempre più dipendenti dalla tecnologia. Oh, certo, che mondo meraviglioso quello in cui ci gratteremo i coglioni dalla mattina alla sera e le macchine faranno il lavoro sporco.
Peccato che non succederà: le macchine faranno il lavoro sporco e gli uomini staranno a programmarle per 10 ore al giorno. Ma se non vi va giù l'idea potete calarvi di flunitrazepam così la realtà sembrerà migliore. Sia mai che dobbiamo tornare al 1600 eh.


Per quanto la Roma del '600 debba essere stato uno dei luoghi più affascinanti della storia io gradirei andare avanti e non indietro.
Il pericolo della tecnologia a mio avviso è altro ossia la definitiva "fissazione" delle differenze e disuguaglianze sociali. Il che porterebbe dritto dritto a un "Brave New World".
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MessaggioInviato: Gio Feb 14, 2013 7:33 pm    Oggetto: Rispondi citando

Black_Jack ha scritto:

Per quanto la Roma del '600 debba essere stato uno dei luoghi più affascinanti della storia io gradirei andare avanti e non indietro.
Il pericolo della tecnologia a mio avviso è altro ossia la definitiva "fissazione" delle differenze e disuguaglianze sociali. Il che porterebbe dritto dritto a un "Brave New World".


Purtroppo le disuguaglianze sociali sono solo una conseguenza della tecnologia. Nel momento in cui esiste la specializzazione e la divisione del lavoro (conseguenze dello sviluppo tecnologico) esistono disuguaglianze sociali, perchè chi dirige e organizza viene ritenuto più autorevole di chi esegue.
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Black_Jack
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MessaggioInviato: Gio Feb 14, 2013 7:45 pm    Oggetto: Rispondi citando

Kevin ha scritto:
Black_Jack ha scritto:

Per quanto la Roma del '600 debba essere stato uno dei luoghi più affascinanti della storia io gradirei andare avanti e non indietro.
Il pericolo della tecnologia a mio avviso è altro ossia la definitiva "fissazione" delle differenze e disuguaglianze sociali. Il che porterebbe dritto dritto a un "Brave New World".


Purtroppo le disuguaglianze sociali sono solo una conseguenza della tecnologia. Nel momento in cui esiste la specializzazione e la divisione del lavoro (conseguenze dello sviluppo tecnologico) esistono disuguaglianze sociali, perchè chi dirige e organizza viene ritenuto più autorevole di chi esegue.


E ho capito Kevin, ma senza specializzazione torniamo alle tribù di raccoglitori.
Guarda che farsi operare di appendicite senza tecnologia non è carino, eh?
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Georgejefferson
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MessaggioInviato: Gio Feb 14, 2013 9:39 pm    Oggetto: Re: La tecnologia non può redimere l’uomo: dunque, la civilt Rispondi citando

Certo,siccome l'uomo e'stato spinto VOLUTAMENTE all'ignoranza,la morale diventa:L'UOMO " E' " ignorante,quindi incapace di darsi un'etica,stabilizzare la crescita demografica,istruirsi autonomamente e finalmente vivere in pace...quindi la scienza e la tecnica sono "cattivi" in se,impossibile dirigere gli eventi per accrescere quel benessere che potrebbe dare"tempo libero"all'uomo per accrescere spiritualmente.Quindi tanto vale tornare al lavoro 16 ore al giorno,distruggere tutte le macchine,e sperare di avere qualche minuto libero per filosofare...Ma non prima che le elite "elette"diventino proprietarie anche dell'aria.
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Solounintervento
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MessaggioInviato: Gio Feb 14, 2013 10:15 pm    Oggetto: Rispondi citando

@ Georgejefferson

L'uomo sarà capace di stabilizzare la crescita della popolazione.
Questo studio matematico dimostra che la popolazione umana non potrà crescerà oltre i dieci miliardi di individui per le proprietà matematiche della stessa funzione che la descrive.

http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=matematicamente%20curva%20di%20sussistenza%20malthus&source=web&cd=1&cad=rja&sqi=2&ved=0CC8QFjAA&url=http%3A%2F%2Fwww.matematicamente.it%2Fstaticfiles%2Fapprofondimenti%2Fapprofondimenti%2FSTATISTICHE_POPOLAZIONE_MONDIALE.pdf&ei=jE8dUbDXNY3XsganoIGoCg&usg=AFQjCNHBlEQ0Gqnw30FwpJ2NyS2sGMW0zA
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Simulacres
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MessaggioInviato: Ven Feb 15, 2013 4:42 pm    Oggetto: Rispondi citando

La strada intrapresa è quella di un nuovo dogma bio-tecno-scientifico neocalvinista con le quali si abbatteranno definitivamente il confine tra naturale e artificiale. La grande illusione, o meglio, la grande follia è quella della compenetrazione tra l'umano e il non umano dove l'età della vita e della morte diventerà probabilmente una scelta soggettiva. L' Etica neocalvinista è la legittimazione e celebrazione universale dell'aumento illimitato di potenza, con la quale la dimensione "naturale" sarà andata perduta a favore di quella "culturale"; cultura figlia di un nuovo "Pensiero Unico" che ruota intorno a un "concetto" con il quale la "religione" ha stretto un rapporto fatale.

Fatalità che se non contrastata efficacemente a breve nessuno potrà più sfuggirvi. Nessuno potrà impedire questa marcia... Saremo chippati,abbruttiti fin dall'infanzia...E via di peggio... fino ad arrivare al giorno in cui il Popolo Sovrano e i compagni del Sol dell'Avvenir - ovviamente tutti muniti di tv, internet, 'iPhone, 'iPad e tutto quanto - non saranno più al centro di un bel niente! Non ce ne sarà più bisogno! è il "Progresso" inarrestabile che avanza, e con lui non scherza!...

Fatalità che, al di là di qualunque più cupo pensiero filosofico finora impensabile, minimizzerà in modo spietato e definitivo la loro collocazione cosmo/sociologica, ricollocandoli sotto forma di miliardi e miliardi di replicanti che si replicano e che si guardano - la tv, internet, l'iPhone, l'iPad e tutto quanto - mentre ruotano intorno a una gabbia - come astri intorno al sistema solare - confinati ai margini estremi di una piramide-mega-galattica... in balia delle correnti d'aria... perduti nello spazio e nel tempo!...
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Raziel79
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MessaggioInviato: Dom Feb 17, 2013 5:17 pm    Oggetto: Rispondi citando

@Kevin
"Purtroppo le disuguaglianze sociali sono solo una conseguenza della tecnologia. Nel momento in cui esiste la specializzazione e la divisione del lavoro (conseguenze dello sviluppo tecnologico) esistono disuguaglianze sociali, perchè chi dirige e organizza viene ritenuto più autorevole di chi esegue."
Per quanto "filosoficamente scorretto" io st'idea la contesto radicalmente, mi pare il frutto di una anacronistica visione ottocentesca.
La zoologia e l'antropologia comparativa ci hanno insegnato ormai da anni che gruppi di primati raccoglitori di frutta hanno, nella maggior parte dei casi, società gerarchizzate (cioè con divisioni sociali). Questo tende a farmi ritenere che il fenomeno abbia un' origine più profonda, direi quasi genetica, per intendersi. Non entro in merito (anche se sarebbe interessante) perchè fuori tema.
Chiaramente la specializzazione del lavoro ha esasperato e cristallizzato la tendenza ma l'origine del fenomeno (per me) sta altrove.
Per il resto quoto il primo intervento di Black Jack.
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