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"Monti non si emenda. Ci vuole conflitto vero"

 
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Autore Messaggio
radisol
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Registrato: Jan 01, 2008
Messaggi: 3045

MessaggioInviato: Lun Lug 16, 2012 2:42 pm    Oggetto: "Monti non si emenda. Ci vuole conflitto vero" Rispondi citando

Francesco Piccioni intervista Giorgio Cremaschi

Giorgio Cremaschi e il paradosso del presente: «Abbiamo il governo socialmente più di destra della storia e poche lotte sociali» Cgil e Pd incarnano un riformismo degli anni ’80 e ’90 ormai morto. Ma anche noi siamo ancora troppo esitanti. «Monti non si emenda ci vuole il conflitto vero»

Francesco Piccioni

Quale futuro per il movimento dei lavoratori? Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato Centrale della Fiom, si è sempre posto da un punto di vista originale. E anche stavolta non delude.

Il quadro legislativo sul mercato del lavoro è completamente mutato... Trovo delle terribili somiglianze con la Francia di Petain, all’inizio del ’40. La riduzione del danno, come oggi, era lo slogan anche di quei tempi. Anche l’Italia è un paese occupato, per fortuna non militarmente, da banche e finanza. E Monti è il rappresentante di questo potere. Siamo di fronte a una crisi della democrazia senza precedenti, cui corrisponde una passività senza consenso, una fuga dalla difesa dei diritti di massa. C’è il governo socialmente più di destra della storia, ma il conflitto sociale più basso della storia recente.

C’è una via d’uscita?

Non può che essere la rottura con tutto questo modo di pensare, con il petainismo sociale, politico, culturale; e porsi in sintonia con tutti quei movimenti e forze che si mobilitano per rovesciare l’Europa delle banche, non per emendarla.

Come si fa una «rottura» quando invece c’è una «passività di massa»?

Questo è il lavoro di costruzione che devi fare, non si può dare colpa alla gente. Lo scoramento enorme, che si traduce anhe nel voto di protesta a Grillo - con cui peraltro bisogna misurarsi e discutere - richiede una risposta innanzitutto da parte dei gruppi dirigenti. Siamo di fronte alla fine di un trentennio di «concertazione sindacale» e alla crisi del «riformismo» di centrosinistra. Entrambi sono morti che camminano.

Eppure le imprese avevano tratto grandi vantaggi dalla concertazione...

È stata sostanzialmente uno scambio. Il concetto fondamentale era che si rafforzava il ruolo politico e istituzionale del sindacato, che in cambio consentiva il peggioramento delle condizioni dei lavoratori. Sono sempre stato totalmente critico su questo, proprio perché ha disgiunto il destino del sindacato da quello dei lavoratori; originando la burocratizzazione sindacale di questi anni. Fino all’inizio di questa crisi avevamo la dinamica salariale peggiore dell’Ocse e i sindacati organizzativamente tra i più forti dell’Ocse.

La spia che qualcosa non va...

Monti la mette in discussione da destra, noi da sinistra. Lui ha bisogno di mostrare che il sindacato viene umiliato, così lo «sconta» in borsa. «Deve» peggiorare le condizioni dei lavoratori, e farlo in modo che si veda. Non può fare come Padoa Schioppa nel 2006, che diceva: «siamo d’accordo con la Thatcher, però ci mettiamo più tempo perché vogliamo mantenere la concertazione». Monti è l’espressione del modello dello spread, del rating, della finanza, della fine della sovranità nazionale e anche della sostanziale eutanasia della nostra democrazia. Lui deve poter dire: «ho umiliato i sindacati, quindi fate abbassare lo spread». La concertazione è morta come il riformismo degli anni ’80 e ’90, cui invece si aggrappa ancora il Pd.

Il fiscal compact toglie ogni margine al riformismo?

Possono pensare alla sopravvivenza degli apparati per un po’. E trovare qualche mezza vittoria elettorale finché dall’altra parte c’è una figura sgonfia e superata come Berlusconi. Ma sono politiche che non portano da nessuna parte perché accettano la subalternità all’occupazione finanziaria. Non si può parlare di «centralità del lavoro», come fa Fassina e la «sinistra del centrosinistra», se accetti il fiscal compact.

Prevede vent’anni di tagli...

Si tratta di accettare che il lavoro diventi una variabile totalmente dipendente dalla politica del debito. Dietro il fiscal compact c’è l’idea della destra liberale alla Draghi, che vuol distruggere il modello sociale europeo per ricostruire la «competitività» dell’Europa con una società low cost. Fornero, Monti, Marchionne sono la stessa identica cosa.

Come giudichi la reazione fin qui della Cgil?

Mi pare evidente che agli occhi dei lavoratori il sindacato, la Cgil, ha delle responsabilità gravissime. Il suo gruppo dirigente si è perso senza combattere. Nel giro di 9 mesi c’è stata una serie di colpi: le pensioni, l’art. 18, le tasse, ecc. C’è stata una «macelleria sociale» senza nessuna visibile reazione, soprattutto senza nessuna capacità di costruire una rottura e un’alternativa. Le battute in tv contro Monti o Fornero diventano persino irritanti per un sindacato, se non corrisponde loro nulla sul piano dell’iniziativa. Paradossalmente, il sindacato più forte d’Europa è diventato il sindacato più inutile d’Europa. Agli occhi dei lavoratori è una cosa terribile, perché aumenta la passività, la voglia di arrangiarsi...

Ma la Fiom non è stata passiva...

La Fiom è stata un punto di contrasto importantissimo. Due anni fa, il «no» della Fiom a Pomigliano è stato un messaggio universale, non «di fabbrica». Si era intuito che Marchionne era non il «dopo Cristo», ma Giovanni Battista che annunciava l’avvento. Allora Bersani disse che Pomigliano si poteva accettare purché fosse un eccezione; con la stessa ottusità con cui oggi dice Monti può essere «solo una parentesi». Non è così. Sono processi strategici contro cui bisogna costruire rottura e alternativa. Ripeto: la Fiom l’aveva cominciata, però mi pare che abbia rinunciato. Perché non si possono fare queste scelte come «emendamento» al centrosinistra, senza porsi il problema di cambiare totalmente la Cgil. Le scelte di rottura richiedono profondi cambiamenti di assetti politici, gruppi dirigenti, linee di fondo. Credo che uno degli errori fatti in quest’ultimo periodo dal gruppo dirigente sia quello di lasciare «appese» le sue dichiarazioni di fondo e non trarne le conseguenze sul piano delle scelte dentro la Cgil, sul piano dei rapporti sociali con i movimenti. Forse riproduce un errore che è tipico delle forze a sinistra del Pd. Che vogliono tutte essere «unitarie», ma da sole.

Non cercano di fare fronte?

Bisognerebbe mettere assieme un fronte di tutti coloro che sono a sinistra del Pd, che non accettano più la concertazione sindacale e la «riduzione del danno». In Italia non si è prodotto un fenomeno come Syriza perché, nei momenti di crisi, l’aspetto soggettivo è decisivo. C’è ancora un’autoferenzialità in tutti coloro che pure lottano, e che impedisce l’idea del fronte comune. E c’è una parte non piccola di forze di sinistra, sociali e politiche, che pensa ancora che si possa avere il cambiamento in alleanza con il Pd.

È possibile una polarità indipendente, politica e sindacale?

Sul piano sindacale bisogna lavorare per la rottura con la politica di questi trent’anni di concertazione e ricostruire una pratica conflittuale, su un programma economico di fatto «anticapitalista». Penso a una drastica riduzione di orario, a un investimento pubblico che vuol dire metta mano alle banche... Un sindacato, se vuole ripartire, deve avere un grande programma economico di rottura anticapalistica. Penso che la stessa cosa debba avvenire a livello politico e che non si può farlo insieme a chi accetta Monti.

Da Rete28aprile ora siete Opposizione organizzata. Perché?

Per due cose: una è accentuare, rispetto ad altri pezzi critici della Cgil, la pratica dell’opposizione. Oggi chi non è d’accordo con la linea prevalente in Cgil deve essere visibile, deve fare delle cose. I lavoratori devono sapere che c’è. C’è un malessere profondo. Due giorni fa l’assemblea sul contratto della gomma plastica, a Roma, è finita nel caos. Il gruppo dirigente di Cgil, Cisl e Uil ha rifiutato tutti gli emendamenti che venivano dai luoghi di lavoro, la gente ha abbandonato la sala... Quindi occorre ripartire con una pratica in cui i lavoratori, i delegati, pesano e si organizzano. Occorre una vera e propria autorganizzazione del dissenso Cgil. Secondo: bisogna lavorare per l’unità di tutte le forze che non ci stanno con la concertazione, dentro e fuori la Cgil, fra i movimenti sociali e i sindacati di base, senza settarismi. Poi, c’è anche una questione di carattere politico. Molti di noi fanno parte anche del movimento «No debito». Pensiamo che, senza smanie elettorali, sia compito della sinistra sindacale anche operare per costruire una sinistra politica alternativa al Pd.

Tra la resistenza e la resa può esistere una via di mezzo?

Non c’è. La resistenza è anche un progetto. Per esempio la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, drastica, in tutta Europa, è il solo modo per affrontare la disoccupazione di massa. Non ce ne sono altri. Ma qui occorre riaprire il conflitto con il profitto. Non c’è nessuna collaborazione possibile oggi con chi cerca di uscire dalla crisi con il supersfruttamento del lavoro e ripristinando le condizioni del profitto. L’altra linea, quella cui allude il gruppo dirigente di Cgil e Cisl, l’«alleanza dei produttori» - Camusso e Squinzi contro Monti - mi pare una linea in cui i lavoratori pagherebbero ancora dei prezzi. Ma che non avrebbe nemmeno nessuna vera credibilità politica. E’ un percorso obbligato, il nostro; ma non vuol dire che ci si riesca perché, purtroppo, il guasto economico e morale prodotto in questi ultimi trent’anni è enorme.

da "il manifesto" del 15.7.2012
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Tonguessy
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Registrato: Sep 25, 2006
Messaggi: 2012

MessaggioInviato: Lun Lug 16, 2012 4:06 pm    Oggetto: Rispondi citando

1-"Bisognerebbe mettere assieme un fronte di tutti coloro che sono a sinistra del Pd".
Bisognerebbe prima di tutto capire se esiste ancora una sinistra in Italia e definirne la funzione. A sinistra del PD non c'è nulla, ed il PD è di destra.

2-"la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, drastica, in tutta Europa, è il solo modo per affrontare la disoccupazione di massa. Non ce ne sono altri."
Balle. Cominciamio a mettere delle frontiere dove non passano più delocalizzazioni e capitali. Questo è l'elemento più importante per rilanciare l'economia. LA FIAT DEVE RIMANERE IN ITALIA e deve smetterla di produrre Panda. Serve qualcosa di nuovo, come ad esempio il rilancio del trasporto pubblico anche su rotaia.
Ridurre a 10ore settimanali le ore nons erve ad un tubo: capitali, impianti e know how se ne andranno comunque e ci lasceranno a piedi a zero ore.

3- "l’«alleanza dei produttori» - Camusso e Squinzi contro Monti - mi pare una linea in cui i lavoratori pagherebbero ancora dei prezzi. Ma che non avrebbe nemmeno nessuna vera credibilità politica. ".
Altra cazzata. Se Confindustria si rendesse conto una buona volta che il nemico non è il sindacato ma l'apparato politico e finanziario che sta svuotando l'Italia da ciò che di buono è ancora rimasto se ne potrebbe fare quancosa di veramente ottimo. Ma serve un salto quantico. L'alleanza tra padroni (sempre più perdenti) e lavoratori (ormai perdenti totali) ha senso POLITICO eccome! Poi per cairtà ognuno per la sua strada quando i problemi dovessero essere risolti. Ma oggi c'è un nemico comune ben identificabie ed è il capitalismo finanziario. Fare fronte comune invece che arroccarsi su posizioni controproducenti non potrebbe che essere un bene.
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radisol
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Registrato: Jan 01, 2008
Messaggi: 3045

MessaggioInviato: Lun Lug 16, 2012 4:20 pm    Oggetto: Bah ... Rispondi citando

Tanta improbabile fiducia negli inciuci tra Camusso e Bonanni ( Angeletti conta come il due di briscola) con Squinzi non mi convince proprio ....

Credo invece, a parte la questione della riduzione dell'orario di lavoro che mi sembra un obiettivo un pò esangue, che abbia pienamente ragione Cremaschi, altro che "patto tra produttori" e cazzate simili ....

Che poi dubito pure che Squinzi sia veramente rappresentativo degli imprenditori .... così come dubito, almeno ad alti livelli, che esista ancora una netta distinzione tra "capitalismo produttivo" e "capitalismo finanziario" ....

Cremaschi, al contrario di un attacco personale allucinante sferratogli qua sopra qualche giorno fa da un cialtrone, sulla crisi ha sempre avuto le idee chiare, sin dal 2008 .... vedi :

Nota stampa - Giorgio Cremaschi : "Il disastro dei salari ha due cause precise, l’introduzione dell’euro e la concertazione salariale"


“La Banca d’Italia conferma e rende più chiara la catastrofe dei salari rispetto a tutti gli altri redditi in Italia. Bisogna chiamare le cause con il loro nome : esse sono l’introduzione dell’euro e la concertazione salariale, definita dall’accordo del 23 luglio 2003. L’azione convergente di queste due cause ha prodotto in Italia una catastrofe salariale unica in Europa. Forse sarebbe utile riflettere sul fatto che la crisi di governo è anche la crisi definitiva della politica di concertazione e moderazione salariale degli ultimi quindici, venti anni. Bisogna che i salari siano rivalutati rispetto al reale valore dell’euro, e non secondo le vecchie lire. Qualche anno fa uno stipendio netto di due milioni al mese era un buono stipendio, oggi mille euro sono un salario di fame, è chiaro che bisogna riportare le buste paga al valore effettivo che avevano una volta e non a quello del cambio formale lira-euro che le ha distrutte.” “Per far crescere i salari il sindacato deve abbandonare la concertazione e le politiche moderate e tornare a fare davvero il suo mestiere, a partire da una forte offensiva sui salari.”

Roma, 28 gennaio 2008

http://abruzzo.indymedia.org/article/3492

Il suo errore di fondo casomai è stato un altro, pensare di poter cambiare dall'interno la linea della Cgil .... errore in cui in qualche modo continua a perseverare .... anche se ormai ( credo sia pensionato da qualche mese) fa più politica che non sindacato propriamente detto .... in questo, soprattutto sul discorso "no debito", collaborando strettamente anche con la Usb, cioè con un sindacato del tutto al di fuori dalla Cgil ....

D'accordo sull'analisi secondo cui il PD è di destra ... ma non è vero che alla sua sinistra non esiste nulla ... e non mi riferisco certo a Sel o ai partitini neo-comunisti ... quanto invece ai movimenti di massa che hanno caratterizzato questi anni, da Genova 2001 ad oggi ... al sindacalismo di base nelle sue varie e frastagliate accezioni .... compresa, pur nelle sue contraddizioni, la Fiom .... ed anche a nuove realtà, dai No Debito ( di cui Cremaschi è portavoce) ai No Tav, ai Forconi siciliani, al movimento dei pastori sardi, a quello più generale ( soprattutto al Sud) contro Equitalia ecc. ecc. ecc. ... e , perchè no, anche ad alcune istanze del grillismo ....

La "ciccia" c'è .... c'è da metterla insieme e cuocerla a dovere .... sporcandosi anche le mani ( come appunto fa Cremaschi ) ... e non certo invece con gli sproloqui tipici della sindrome detta "solitudine del blogger" ..... pronti sempre, a torto o a ragione, a far le pulci a tutti senza però mai alzare il culo .....

Ovviamente, caro Tonguessy, non ti metto in questa definizione ... ma è innegabile che invece la stessa definizione si attaglia bene al 90% degli "sproloquiatori" di CdC .... sempre pronti a dare i voti agli articoli degli altri .... ma quasi mai capaci di raccontare una lotta, una battaglia di qualunque tipo, fatta in prima persona tra la "gente in carne ed ossa" ....

Pure tutto questo occuparsi da parte di molti soprattutto, e spesso esclusivamente, di vicende internazionali piuttosto che di "fatti di casa nostra" è indicativo di questa tendenza ... più i fatti sono geograficamente lontani, magari pure un pò "esotici", e meno esiste il problema di fare personalmente qualche scelta o di prendersi qualche personale responsabilità .....

Lo stesso dicasi per certi eccessi esasperati di "complottismo" .... se tutto è già deciso nelle altissime sfere delle "elites", se nemmeno i governi contano più un tubo, è assolutamente inutile mettere in piedi qualsiasi lotta ..... atteggiamento, anche se indubbiamente è vero che il "nemico" è sempre più lontano ed immateriale, che però è pure personalmente molto molto comodo, a mio parere .....


Ultima modifica di radisol il Lun Lug 16, 2012 5:56 pm, modificato 3 volte in totale
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tania
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Registrato: Jul 13, 2009
Messaggi: 263

MessaggioInviato: Lun Lug 16, 2012 5:17 pm    Oggetto: Rispondi citando

@Tonguessy ma anche tu con questa “alleanza tra padroni e lavoratori” ? I “padroni” sono gli stessi che hanno investito nell’economia di carta . E non credo nemmeno si tratti di cattiveria : la riduzione di ogni cosa a merce ( dal lavoro , dalla terra all'aria , ai saperi , fino ad arrivare al tempo , alle scommesse sul futuro ecc. ) è l’inevitabile conseguenza di un sistema basato sul profitto privato . Il capitalismo finanziario non è “altro” dal capitalismo produttivo : è la sua inevitabile prosecuzione quando i profitti di quest’ultimo non trovano più sbocchi nella cosiddetta “economia reale”. L’altra strada è la guerra : e così la giostra macabra può ripartire da zero , prima il ciclo produttivo , poi quello finanziario . Ma la corsa desertificatrice che crea un sistema basato sul profitto non si può arrestare . Si chiama capitalismo .
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Tonguessy
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Registrato: Sep 25, 2006
Messaggi: 2012

MessaggioInviato: Lun Lug 16, 2012 5:37 pm    Oggetto: Rispondi citando

@ Radisol: dammi un po' di tempo che ti rispondo.

@Tania:
Mi spiace ma sono in totale disaccordo. Se è vero che esiste un capitalismo, è altrettanto vero che i tempi storici ne fanne emergere le varie "versioni". Oggi viviamo in un epoca determinata dalla speculazione finanziaria e NON E' LO STESSO CAPITALISMO DEL FORDISMO DI UN SECOLO FA.
Alla fine sta scomparendo la classe media creata dal sistema capitalista precedente, e già questo è un pessimo indizio. Poi le elites si sono ristrette, al punto che certi padroni di una volta sono dovuti passare dalla parte del lumpenproletariat come i dipendenti che sono stati costretti a licenziare. I padroni stessi quindi non sono più un fronte unico come una volta e questo è un enorme vantaggio. Il divide et impera funziona anche a nostro favore, basta saperlo cogliere. Trovo quindi UTILE PER QUESTO PERIODO STORICO allearsi con chi sta TEMPORANEAMENTE dalla nostra parte per questioni di divisioni in classi. Riparlando delle quali Gallino nel suo splendido "la lotta di classe dopo la lotta di classe" divide il mondo tra perdenti (noi lavoratori e parte consistente del padronato) e vincenti (chi specula, in buona sostanza bankster).
Perchè non prendere nota dei tempi attuali e cercare alleanze TEMPORANEE per porre freno all'emorragia di capitali e lavoro che si è abbattuto su di noi? Poi, una volta vinta questa nuova Resistenza ci saranno nuovamente le divisioni, comunisti da un parte e democristiani dall'altra. Ma ricordiamoci che l'alleanza tra di loro in tempi molto critici contro un nemico comune ha sortito risultati importanti.
Una lezione da tenere a mente.
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Messaggi: 2012

MessaggioInviato: Mar Lug 17, 2012 7:17 am    Oggetto: Rispondi citando

@ Radisol:
il mio affermare che alla sinistra del PD non ci fosse nulla era riferito all'arco parlamentare, non alla società reale. La sinistra, difesa storica dei diritti dei lavoratori, non può morire (almeno finchè ci sono dei lavoratori) ma può morire - dal punti di vista della prospettiva storica- chi la rappresenta proprio perchè fallisce nell'identificare la missione da compiere e le strategie da adottare.

Lo stesso si può dire dei rappresentanti dell'alta borghesia. Il loro compito è difendere gli interessi dei gruppi industriali. Quando viceversa un'imprenditore su tre è alle corde (e alle volte le corde sono reali ed hanno nodo scorsoio) c'è da domandarsi se non si sia sbagliato ad identificare missione e strategia. Ovviamente non mi competerebbe tale analisi se non fosse che, guarda caso, mi può tornare utile.

Che Squinzi abbia denunciato il "massacro sociale" della recente politica made in Italy può significare due cose:
1-l'ha detto per stemperare l'inevitabile tensione che si crea quandola politica saccheggia i lavoratori, lasciando intendere che il sistema produttivo è consapevole del disastro ma vuole essere "lasciato in pace" in quanto non direttamente responsabile. Se la vedano lavoratori e banchieri.
2-l'ha detto perchè ha individuato il vero nemico, ed è consapevole che occorre che i gruppi industriali prendano posizione perchè alla fine affamare i lavoratori è un'arma a doppio taglio: senza soldi da spendere la produzione muore.

In ogni caso c'è una consapevolezza che con la Marcegaglia non c'era. E' già un passo avanti, anche se non risolutivo.
Leggo questa presa di posizione come episodio estremamente favorevole ad un possibile patto tra chi sta subendo i tracotanti affondi (non solo in senso figurato) dei bankster.
Si tratterà di vedere se le due parti avranno il coraggio di lasciare gli storici (e ben motivati) antagonismi per trovare una possibile alleanza oppure se preferiranno correre da soli, consapevoli che da parte dei lavoratori non esiste più sinistra parlamentare che li rappresenti e da parte degli industriali non esiste più alcuna interazione con le vere centrali del potere che al massimo riesce a lacerare anche l'art.18 senza sapere porre quei rimedi strutturali che vengono richiesti (accesso facilitato a prestiti agevolati ad es.).

Sul complottismo poi ho già espresso la mia tesi: si tratta di sindrome da rigetto. Dopo averne provate tante (se non tutte) ci si rende conto che si è fatto un uso mirato delle parole per scopi propagandistici. Voglio dire che non ci possiamo stupire se la pace sia vista come una minaccia, dopo le innumerevoli azioni di peace-keeping.
Questo per un numero che reputo largamente maggioritario di persone. I restanti certamente ci marciano, difendendo in qualche modo la saggezza dello starsene seduti a riempire il web di opinioni inconsistenti.
Ma vedi che se siamo arrivati a questo deprimente punto è anche perchè non c'è stata una forza capace di dichiarare la pace tutt'altra cosa rispetto alle operazioni di peace-keeping? E invece, tornando a bomba all'inizio del mio discorso, troviamo D'Alema che vuole una campagna di peace keeping in Iraq per "stabilizzare" la regione, così come nel Kosovo.
Questo è IL problema. Occorre ritornare ad una comunicazione diretta e sensata, dove le parole tornano ad avere il peso ed il valore che meritano. Solo così la fiducia sale ed il complottismo scende. Purtroppo a sinistra (parlamentare) è tutto stato svenduto da decenni, e prendersela con chi ormai ha perso fiducia e guarda con sospetto ogni frase (causa sindrome da rigetto) è un errore strategico: bisogno prima ridare dignità alla comunicazione e solo allora salterà fuori chi è in mala fede e chi in realtà la fede l'ha solo persa.
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