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L'autorità palestinese teme una terza intifada?

 
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Autore Messaggio
fasal75
Newbie
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Registrato: Oct 27, 2010
Messaggi: 256

MessaggioInviato: Ven Lug 06, 2012 7:53 am    Oggetto: L'autorità palestinese teme una terza intifada? Rispondi citando



Originale: http://znetitaly.altervista.org/art/6272

Citazione:
di Amira Hass – 03 luglio 2012

La luce era ancora troppo fioca per penetrare le aperture nelle persiane al canto del gallo. Per una frazione di secondo mi è parso di essere in un villaggio. Ma era il campo profughi di Jenin, circa due settimane fa. Lì, come in altri campi profughi, il canto del gallo è qualcosa di più: nutrimento per i disoccupati e nostalgia e desiderio di conservare la continuità, pur solo simbolica, con il villaggio che un tempo era e che era stato distrutto.

I campi profughi hanno un ruolo onorato nell’eredità e nei costumi della lotta di liberazione palestinese. Jenin assunse la guida della seconda intifada, ma si è fatta anche un nome per conto suo come enclave barricata in cui l’Autorità Palestinese e il suo apparato di sicurezza non hanno alcun controllo. Tuttavia la recente campagna di arresti di residenti nel campo, i cui obiettivi cambiano di giorno in giorno, ha attribuito nomi diversi sia ai residenti sia allo stesso campo profughi: criminali, bande, luogo di insicurezza e di caos.

Per il fruitore dei media palestinesi, che attualmente propongono solo la linea ufficiale (e quasi certamente non riferiscono le proteste contro le torture) quei detenuti sono già stati giudicati colpevoli, senza processo e senza accuse chiare. Lo stesso vale anche per quelli che sono stati rilasciati senza essere incriminati.

Il campo profughi di Jenin è situato su una collina, il campo di Rafah, a Gaza, è disperso tra dune di sabbia. I paesaggi sono diversi ma l’atmosfera è la stessa: protettiva, sicura, accogliente.

Persino quando questi luoghi erano palesemente insicuri, durante i bombardamenti e le invasioni dell’esercito israeliano, le persone erano ospitali in modo toccante. Erano ospitali persino nei confronti di una donna israeliana che improvvisamente si era presentata in mezzo a loro. Una familiarità di anni con i campi profughi della Striscia di Gaza mi diede il coraggio di intrufolarmi nel campo profughi assediato e distrutto di Jenin nell’aprile 2002. Sapevo che ci sarei riuscita senza necessità di accordi preventivi e senza bisogno di una scorta.

I blindati erano ancora all’intorno del campo e intorno ad esso. La mia precedente esperienza con i bulldozer dell’esercito israeliano nei campi di Rafah e di Khan Yunis rendeva al primo sguardo familiare il quadro di distruzione nel cuore del campo di Jenin. Un uomo barbuto sulla trentina cominciò a parlarmi. Era uno dei pochi di quell’età che vedevo. Il resto era costituito da persone più anziane che, assieme a bambini e a poche donne, vagavano storditi tra i mucchi di macerie che un tempo erano le loro case. In seguito mi resi conto che cercavano i feriti e i morti.

Ci presentammo: il suo nome era Mu’ayyed, un cugino di Zakaria Zbeidi. All’epoca non avevo idea di chi fosse Zbeidi, perché non si era ancora aperto la via che lo avrebbe portato ai media israeliani. Non avevo neppure idea che Mu’ayyed fosse fratello di Ziad Amer, uno dei fondatori della Brigata dei Martiri di Al-Aqsa a Jenin che era stato ucciso qualche giorno prima in uno scontro con i soldati israeliani.

Nel 2002 ancora non sapevo come amici e parenti di Mu’ayyed fossero stati uccisi in battaglia, da combattenti armati o da civili disarmati (come la madre di Zakaria). Ma sapevo che lì, nei campi della Striscia di Gaza, i bambini e gli adolescenti crescevano all’ombra delle armi israeliane ed erano abituati alla vista delle armi nelle mani dei soldati, ma non si sarebbero mai abituati all’autorità, alla coercizione e all’ingiustizia rappresentate da quelle armi. E’ così che è avvenuto che molti di loro hanno coltivato la convinzione che la risposta a un caccia o a un blindato è il fucile, che la risposta a un missile è una bomba umana.

Anche nell’aprile 2002, il campo oscillava tra due etichette appiccicategli dai portavoce palestinesi: vittima ed eroe. La diffusione del falso numero di 500 uccisi nell’invasione (l’esercito israeliano uccise circa 60 persone, metà delle quali civili), intenzionalmente o per negligenza, amplificò il vittimismo del campo e mise a tacere il fatto che i suoi residenti avevano deciso di rispondere con la resistenza ai soldati israeliani. Chiunque lo desiderava, in particolare le donne e i bambini, aveva lasciato il campo prima dell’incursione.

Le case furono gradualmente ricostruite. Proseguirono incursioni israeliane più brevi. Attivisti armati continuarono ad essere ricercati dall’esercito, e ad essere uccisi, mentre si aggrappavano alla filosofia della lotta armata. La parte armata era chiaramente visibile, la lotta meno. Il culto delle armi fu argomento di discussioni con Zakaria Zbeidi, una volta che lo conobbi. Preferii non scrivere per il giornale delle nostre conversazioni in modo da non fornire altro alimento alla leggenda urbana.

Quella che non era una leggenda urbana era il fatto che i residenti del campo di Jenin (e di altri campi profughi), molti dei quali erano membri di Fatah, alla fine degli anni ’90 sentivano che nonostante anni di lotta, sacrifici e determinazione per il loro movimento, erano lasciati fuori dalla cerchia di quelli che beneficiavano della creazione dell’Autorità Palestinese. I segni ostentati di nuova ricchezza a Ramallah erano impossibili da ignorare e l’impossibilità di lavorare in Israele a causa del blocco accentuava ulteriormente i divari economici nonché l’idea che la filosofia della lotta non consisteva nel costruire un futuro per i bambini del campo. Fin dai primissimi giorni dell’Autorità Palestinese, una distribuzione equa del reddito e iniziative positive nel campo dei diritti non sono mai state nell’agenda dell’Autorità.

La seconda intifada scoppiò non solo perché Israele approfittò del processo di Oslo per estendere il suo controllo sui palestinesi e sulla loro terra, ma anche perché i sui autori stavano mostrando il loro risentimento nei confronti dell’autogoverno palestinese. Essi collegavano l’insulto socioeconomico al fatto che l’Autorità Palestinese era diventata un subappaltatore dell’esercito israeliano e dei servizi di sicurezza dello Shin Bet.

Quando Israele uccise manifestanti disarmati, a cominciare dal primissimo giorno della rivolta, il culto della lotta armata trovò nuova giustificazione. Fatah era dominato dalla schizofrenia: era diventato un partito di potere castrato ma era ancora un movimento di massa. Il semaforo verde all’uso delle armi dato dalla sua alta dirigenza fu il risultato di considerazioni ciniche. Non volevano perdere il loro status. I loro subordinati, nel frattempo, avevano imparato che era possibile trasformare le armi e il machismo che le armi rappresentavano in un capitale che costringeva l’Autorità Palestinese a mostrare maggiore interesse nei loro confronti.

Ma distribuire posti di lavoro nell’apparato della sicurezza a migliaia di giovani senza alcun futuro professionale o di istruzione, la soluzione alla quale arrivò l’Autorità Palestinese negli anni ’90 e quella cui è incline ancora oggi, non cancella, in realtà, il cumulo di risentimenti sociopolitici, specialmente nei campi profughi. I divari economici sono oggi più evidenti che mai anche se i prigionieri rilasciati ricevono benefici più elevati che mai.

L’autorità ha eseguito in maggio una serie di arresti (compresi Mu’ayyed e Zakaria) e ha trasformato gli eroi di ieri in un problema di criminalità oggi. Contemporaneamente ha glorificato i detenuti che attuavano lo sciopero della fame nelle carceri israeliane. Molti di loro sono non solo amici e parenti di quelli arrestati di recente dall’Autorità Palestinese ma, come loro, hanno trasformato le armi, simbolo del machismo, sia in un capitale sia in un culto.

Così l’Autorità Palestinese sta nuovamente diffondendo messaggi ambigui e trasmettendo disonestà. La brutalità degli arresti, indipendentemente dai sospetti, dimostra che l’Autorità Palestinese teme il risentimento sociale e, come misura preventiva, sta reprimendo chiunque ritenga possa esserne un potenziale rappresentante o leader. O, come dice Alia Amer, la madre di Ziad e Mu’ayyed: “Tutti i discorsi in televisione [contro i detenuti] mirano a giustificare le posizioni degli alti dirigenti.”



Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/is-the-pa-afraid-of-a-third-intifada-by-amira-hass

Originale: Haaretz



traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0
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