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Fiscal Compact? Meglio il Caracazo dei poveri

 
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Registrato: Jul 29, 2005
Messaggi: 26607

MessaggioInviato: Ven Lug 06, 2012 5:57 am    Oggetto: Fiscal Compact? Meglio il Caracazo dei poveri Rispondi citando


Scrittore, drammaturgo, editorialista, sostenitore del «proceso» di Hugo Chávez. Parla Luis Britto Garcia, l’intellettuale venezuelano più conosciuto. Organico? «Prima di tutto uomo libero»


Romanziere, saggista, drammaturgo, editorialista, Luis Britto Garcia è l’intellettuale venezuelano più conosciuto, membro del Consiglio di stato della Repubblica bolivariana e sostenitore del «proceso» guidato dal presidente Hugo Chávez: «Ma non sono il solo», tiene a precisare, e sciorina un elenco di nomi prestigiosi: poeti del calibro di Ramon Palomares, scrittrici come Laura Antillano, grandi pittori come Régulo Pérez o Manuel Quintana Castillo. Un intellettuale organico? «Prima di tutto un uomo libero – risponde – che non ha la tessera di partito e il cui primo dovere è quello di dire la verità. Al governo ho presentato critiche e proposte come quella per impedire la legge per la privatizzazione delle acque, e sono state accolte».

Nato a Caracas nel 1940, Britto ha alle spalle una militanza nella struttura di propaganda clandestina del Partito comunista venezuelano (Pcv). Escluso dalla competizione politica dopo il Patto di Punto Fijo – siglato dai due principali partiti, Ad e Copei, nel 1958 – il Pcv venne dichiarato fuorilegge nel ’61 e decise di passare alla lotta armata, nel clima incandescente di quegli anni che vedrà sorgere movimenti di guerriglia dal Rio Bravo alla Patagonia. Nel 1967, il Pcv torna alla legalità e da allora Britto continua a partecipare alla vita politica.

In questi giorni, lo scrittore è in Italia per partecipare a un giro di conferenze: è stato a Napoli, ospite dell’Istituto Cervantes e del Consolato venezuelano. Oggi sarà a Roma per ricordare il 201mo anniversario della Dichiarazione di indipendenza del suo paese, siglata a Caracas il 5 luglio del 1811 dal Supremo Congresso delle Provincie Unite. Britto, che abbiamo incontrato al suo arrivo nella capitale, alle 18 terrà una conferenza alla Galleria del Cardinale, sala 1 (entrata da Piazza Santissimi Apostoli 66). Alle 9,30, presso l’Ambasciata venezuelana, incontrerà la stampa per spiegare «Come l’America latina ha affrontato i Fiscal Compact».

Professor Britto, per far fronte alla crisi i governi europei impongono rigore e austerità. Durante il vertice della Comunità degli stati latinoamericani e dei Caraibi (Celac), che si è svolto a Caracas nel dicembre 2011, lei ha reso pubblico un documento e avanzato alcune proposte di tutt’altro segno per i paesi dell’America latina. Come si può percorrere un’altra strada?

La Celac comprende praticamente tutti i paesi dell’emisfero americano salvo Usa e Canada. Come dire: la terza potenza economica del mondo in termini di Prodotto interno lordo complessivo, il maggior produttore di alimenti, il terzo di energia elettrica e uno dei maggiori produttori di energie fossili. Sul Latinoamerica pesa però un insopportabile debito estero che, per il 2010, rappresentava in media all’incirca il 34% del suo Pil. Al primo punto, per tutti, dovrebbe esserci la cessazione immediata dei pagamenti, che andrebbero drasticamente rinegoziati come hanno già fatto alcuni dei nostri paesi più avanzati. Molti altri, però, mantengono una relazione di dipendenza con i grandi potentati internazionali. La Celac potrebbe costituire un formidabile strumento per favorire e accrescere i rapporti economici a livello regionale. Per questo sono state create organizzazioni come la Comunidad del Caribe (Caricom), il Mercado del Sur (Mercosur) e l’Alleanza bolivariana per le Americhe (Alba), che mette al centro la cooperazione solidale più che il semplice commercio. È urgente adottare strategie comuni per superare il sottosviluppo in base a un salto di paradigma che valuti i parametri dello sviluppo in base alla sostenibilità e rinnovabilità delle risorse. Occorre intensificare le relazioni e gli scambi commerciali con i paesi dell’Asia, dell’Africa e del Pacifico. Rafforzare i legami e le alleanze commerciali all’interno della Celac, escludendo quei paesi che mantengano Trattati di libero commercio con potenze straniere e denunciando certi accordi infami come quelli contro la Doppia imposizione fiscale che tutelano le multinazionali. Obbligare le fabbriche di subappalto ad alto sfruttamento di manodopera locale come le maquillas a sottostare alle leggi del lavoro. Promuovere il progressivo controllo sociale delle industrie basiche e strategiche e puntare a svincolarsi dalla dipendenza del dollaro e dell’euro sviluppando il Sistema unificado de Compensacion de Reservas (Sucre). E tagliare i ponti con il Fondo monetario internazionale come ha fatto il Venezuela. Il problema, con la Celac, è complicato dalla regola del voto unamime che, data la presenza di governi di destra, limita certe decisioni. Un vero passo avanti si è compiuto invece con la nostra adesione al Mercosur, dove vige la stessa regola, ma dove i paesi partecipanti, seppur con accenti diversi, sono diretti da governi progressisti: decisi a procedere sulla via delle riforme, dell’integrazione regionale e della propria sovranità. Il Venezuela non mette a disposizione solo la sua ricchezza petrolifera, ma anche le conquiste sociali: riduzione della giornata lavorativa e dell’età pensionabile, diritti di base gratuiti, in controtendenza a quanto avviene in Europa, dove le politiche di rigore cancellano i diritti conquistati a prezzo di dure lotte. Per dirla con una battuta: al Fiscal Compact, nell’89, il nostro popolo ha reagito con il Caracazo, la rivolta dei poveri che si è progressivamente radicalizzata portando all’elezione del presidente Chávez e a una svolta verso il socialismo.

Il Mercosur ha votato la sospensione del Paraguay dopo la destituzione del presidente Fernando Lugo da parte del Senato: un «golpe istituzionale», secondo il blocco regionale, che ha ricordato quello riuscito in Honduras contro Manuel Zelaya e quello solo tentato in Venezuela nel 2002. Va nello stesso senso l’impeachement chiesto dall’opposizione contro il presidente Chávez, affetto da un tumore che gli impedirebbe di governare?

François Mitterrand, in Francia, era affetto da un tumore, ma ha governato molti anni… Chavez per fortuna sembra tornato in buona salute, il suo gradimento nei sondaggi aumenta, e aumenta il nervosismo nelle fila dell’opposizione. Come hanno verificato migliaia di osservatori esterni durante le 14 elezioni che si sono svolte in Venezuela, il nostro sistema di voto è fra i migliori al mondo, automatizzato e a prova di truffa. Un sabotaggio informatico è però sempre possibile. Quando l’opposizione perse il referendum revocatorio contro il presidente, nel 2004, gridò alla truffa e promise di portare prove. Le stiamo ancora aspettando. Potrebbe succedere la stessa cosa. Temiamo anche che venga ucciso qualcuno di loro per dimostrare che in Venezuela il confronto democratico non è garantito. Il blocco di opposizione – che dice di voler mantenere i nostri programmi sociali, mentre finora ha fatto di tutto per distruggerli – conta sul voto di una borghesia parassitaria che approfitta del sostegno del governo. Su quello di una piccola borghesia, impoverita ma di destra e razzista com’è stata la base sociale del fascismo in Europa, che teme di essere apparentata al popolo. Sulle gerarchie ecclesiastiche conservatrici, sulla destra dell’esercito e sui grandi media privati, che si sentono al di sopra della legge e promuovono campagne di disinformazione. Una «Dictadura mediatica», spiego nel mio ultimo libro, che ha portato a quella di Carmona durante il golpe del 2002. Così Capriles Radonski, un ricco uomo di destra del partito Primero Justicia ed ex golpista, finisce per risultare «di centrosinistra» e Chávez un dittatore da abbattere. A dispetto di 14 specchiate tornate elettorali. Ma la nostra è una rivoluzione pacifica, possiamo opporci solo con mezzi democratici. La scommessa è quella di costruire il socialismo consegnando progressivamente i mezzi di produzione al controllo popolare. In un quadro di democrazia parlamentare. Qualcuno dice che faremo la fine di Allende in Cile, nel ’73. Ma noi andiamo avanti.

Nel Tavolo di unità democratica, la coalizione di destra, ci sono però anche posizioni di sinistra, come quella dell’ex-guerrigliero Douglas Bravo.

Sì, il paradosso è che ci rimproverano di andare troppo piano sulla strada del socialismo e si alleano con l’estrema destra. Purtroppo sono fenomeni che accadono nella storia: il Partito comunista in Argentina si è alleato con la destra contro Peron, quello del Nicaragua poi è andato contro i sandinisti. Vien da pensare che certi grandi leader non sappiano rassegnarsi a non essere loro a dirigere il cambiamento quando si presenta.

In 13 anni di governo e di politiche sociali che hanno aumentato il tenore di vita e il livello di consumo per gli strati tradizionalmente esclusi dal benessere, si è formata anche una piccola borghesia che non restituisce allo stato parte di quel che riceve, evade le tasse. E dalla base si levano critiche contro i “boli-borghesi”, i borghesi bolivariani ben incrostati a certi posti di governo.

È vero. Noi scontiamo l’eredità di uno stato capitalista e retrogrado, ancora gestito con vecchie leggi, come quella dell’inamovibilità dei funzionari, che favorisce i trasformismi. Un bravo giornalista di opposizione, che è stato cacciato dal suo giornale dopo aver scritto questo, ha riportato i discorsi di un imprenditore di opposizione, raccolti a un congresso della categoria: «Il mio cuore è a destra, ma il mio portafoglio è bolivariano», diceva l’industriale. Abbiamo creato le Misiones, programmi sociali basati su un patto diretto tra governo e senza-diritti perché da certi ministeri non si otteneva niente: né contro l’analfabetismo, né per le coperture sanitarie, né per la situazione delle carceri e la sicurezza. Stiamo cercando di aggirare la zavorra, ma senza forzature. Perché se spingi un vascello a una velocità sbagliata, lo affondi.

Geraldina Colotti
Fonte: www.ilmanifesto.it
5.06.2012
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