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Il paradosso impoverimento di massa/passività di massa

 
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Registrato: Jul 29, 2005
Messaggi: 26615

MessaggioInviato: Ven Mag 25, 2012 5:50 pm    Oggetto: Il paradosso impoverimento di massa/passività di massa Rispondi citando

Questo scritto è dedicato al paradosso, apparentemente inspiegabile, che vede da un lato una crescente passività di massa e dall’altro lato un crescente impoverimento di massa.

Si tratta proprio di un paradosso, a prima vista, perché ragionevolmente (e razionalmente) ci si aspetta una relazione inversa fra la passività delle masse dominate e il loro impoverimento, in base alla quale, crescendo rapidamente il secondo, come accade oggi nella penisola, dovrebbe ridursi la passività dei dominati, e questi dovrebbero diventare “reattivi”, difendendo i loro redditi e i “diritti acquisiti”, mettendo in discussione, anche in modo violento, un sistema che vorrebbe ridurli in situazioni di neoschiavitù, o addirittura alla fame.

Ma tutto ciò oggi non si verifica, anzi, sembra che accada esattamente l’opposto.

Se guardiamo al recente passato, i tentativi di attacco allo Statuto dei Lavoratori, ad esempio, per introdurre oltre alla precarietà, che nei primi duemila era cosa già fatta, la libertà di licenziamento degli “stabilizzati” senza una giusta causa (vertenza sull’articolo 18, del 2001-2002), scatenavano ancora una reazione di massa, nonostante che l’impoverimento e la perdita di diritti dei lavoratori non erano allora così evidenti come lo sono oggi.

Ho letto con grande interesse l’articolo di Valerio Lo Monaco, direttore de La Voce del ribelle, in cui, a partire dal titolo, il suddetto chiarisce che “La Rivoluzione è lontana, lontanissima”.

Il tema dell’articolo, ripreso anche da ComeDonChisciotte – oggetto di molti commenti in CDC e di un certo interesse dei lettori per la sua indiscutibile crucialità – è proprio quello che in questo scritto si cerca di trattare, e riguarda il fenomeno, ben osservabile nella società italiana di oggi, della passività di massa e di una diffusa, contestuale impotenza sul piano sociopolitico, che investe tutti, dai lavoratori precari agli stabilizzati, dal nuovo lavoro operaio con diritti decrescenti al ceto medio in declino, non esclusi noi che scriviamo, analizziamo, denunciamo le mistificazioni sistemiche e gestiamo blog alternativi.

Già nel novecento e in condizioni culturali, sociopolitiche ed economiche molto diverse da quelle attuali, un sociologo “non di ultima”, dello spessore di Pierre Bourdieu, si chiedeva il perché, davanti ad una società ingiusta (figuriamoci che giudizio avrebbe dato il francese su quella attuale!), non vi era una diffusa ed importante reazione popolare.
Per rispondere alla domanda delle cento pistole, Bourdieu ha elaborato ed utilizzato l’”habitus” e il “campo”, ha analizzato la violenza simbolica, ha descritto la società di allora, filtrata dai concetti sociologici da lui stesso creati (habitus come “interiorità”, inconscio collettivo di classe, introitamento delle ragioni della riproduzione sistemica, e campo esterno) ed ha compreso la potenza manipolativa sistemica, che è la causa (anche se non l’unica e la sola) di una diffusa passività, dell’acquiescenza nei confronti delle dinamiche capitalistiche, della mancanza di reazioni popolari forti ed estese.

E’ logico che oggi, in una situazione sociale peggiore di quella degli anni sessanta, settanta ed ottanta del novecento, ci si interroghi (come fece Bourdieu a suo tempo) sulla passività di massa, sull’acquiescenza diffusa nei confronti di un sistema terroristico, capital-assolutistico, alimentato da crisi continue, che “stermina” la socialità e condanna al pauperismo e alla dissoluzione le classi dominate.

Scrive giustamente Lo Monaco, non il primo e non certamente l’unico a sollevare il problema, che «Gli elementi di scontento e di rabbia, per cercare di cambiare la situazione, ci sarebbero insomma tutti.» e addirittura che «Gli ingredienti per una rivoluzione in teoria ci sono tutti.», ma nonostante questo «non accade nulla. O comunque molto poco.»
L’articolo firmato da Valerio Lo Monaco mette bene in rilievo, con semplicità e chiarezza, il paradosso (tale almeno in apparenza) secondo il quale, a fronte di una situazione economica e sociale in netto e vistoso peggioramento, caratterizzata dall’accelerazione della de-emancipazione di massa, si riscontra nella società (con diretto riferimento a quella italiana) una passività persistente, anzi, più accentuata e visibile di quanto lo era nei decenni della seconda metà del novecento.
Tale passività, generalmente diffusa e penetrata ovunque, almeno per quel che riguarda la società italiana, allontana nel tempo, spostandola a “data da destinarsi”, la prospettiva rivoluzionaria, trasformatrice, intermodale.

Ma questo paradosso, che dovrebbe balzare subito all’occhio, è in buona misura solo apparente, e lo è, in breve, per le seguenti ragioni:
 
1)     E’ pienamente riuscito e sta per essere portato a compimento l’esperimento epocale, attuato in dimensioni mai conosciute prima nella storia umana, di riduzione dell’uomo a uomo-precario, attraverso la precarizzazione e la svalutazione economica del lavoro, e la conseguente precarizzazione dell’intero dato esistenziale, non essendo in alcun modo separabili, nella persona, la prestazione lavorativa (il “servizio” venduto sul mercato come unica risorsa del singolo all’interno del sistema) dal resto delle esperienze di vita. In tal senso, gli strumenti di dominazione neocapitalistici economici (ultraliberismo, intangibilità della proprietà privata e dominio assoluto del mercato), monetari (sovranità monetaria “privata”, sottratta agli stati), finanziari (finanza “creativa” di rapina autonomizzata rispetto all’economia reale), sono integrati da altri strumenti che acquistano un’importanza decisiva per la creazione sociale di un tipo umano adatto a vivere, senza ribellarsi, nelle dimensioni culturali ed economiche del Nuovo Capitalismo.
 
2)     La Rivoluzione è una faccenda che riguarda in modo diretto lo scontro fra due élite contrapposte: nel nostro caso, l’élite dominante neocapitalistica (l'Aristocrazia della classe globale) e un’élite rivoluzionaria che forse sta nascendo, ma che sicuramente non è visibile. Un'élite neonata, o ancora in embrione, portatrice di un progetto alternativo – e perché no, demiurgico – di organizzazione sociale, con diversi e nuovi rapporti di produzione. Il partito dei rivoluzionari di professione leninista, a grandi linee, ma con le dovute cautele storiche, corrisponde all’élite rivoluzionaria che cerca di emergere. Le masse-pauper di oggi (espressione mia), così come il proletariato ai tempi di Lenin, vengono dopo, non costituiscono il vero ”intelletto attivo della trasformazione storica” (rappresentato dai Rivoluzionari), ma costituiscono pur sempre un’indispensabile “massa di manovra” nel conflitto verticale, un’irrinunciabile forza in campo in quella guerra sociale di liberazione che in passato chiamavamo “lotta di classe”. L’impulso rivoluzionario, la spinta trasformatrice, nata da concrete esigenze dei dominati e da un nuovo progetto di società, parte perciò da un'élite rivoluzionaria, che riesce a mobilitare e a “smuovere dal torpore” della subalternità e dell’internità, in caso di successo, le masse, anche quelle passivizzate, flessibilizzate e prostrate come le presenti.
 
3)     Le masse-pauper sono inerti perché l’ordine sociale neocapitalistico è ancora “in via di costruzione” e la classe povera del futuro non si è ancora completamente formata. Siamo nell’interregno fra la dissoluzione del vecchio ordine tripartito, che riporta al capitalismo del secondo millennio – borghesia, proletariato, ceti medi postbellici figli del welfare – e la nuova strutturazione di classe neocapitalistica, essenzialmente dicotomica, che si articola in Global class e Pauper class, con tutte le loro stratificazioni e segmentazioni. Mentre la costituzione della nuova classe dominante è iniziata nella seconda metà degli anni settanta (con qualche necessaria approssimazione), c’è un evidente e spiegabile ritardo nella formazione della nuova classe pauper, crogiolo delle vecchie classi dominate (operaia, salariata e proletaria e ceto medio). Non essendoci ancora la classe (in accordo con la mia visione della società, che è classista e storico-strutturale), non ci può essere l’elemento soggettivo gramsciano della “coscienza di classe” e non ci possono essere forti vincoli solidaristici fra i dominati-pauper, attualmente divisi in gruppi, soggetti al “divide et impera” sistemico e sintetizzati nell’espressione masse-pauper. Ma la coscienza di classe e i vincoli solidaristici fra i dominati organizzati nella classe sono elementi fondamentali per poter sperare in una reazione di massa a questa situazione – apparentemente paradossale – di accelerazione dell’esproprio e della de-emancipazione collettiva a fronte di un’iniziale e diffusa passività. Coscienza di classe e formazione di un “terreno di coltura” per le forze antagoniste future sono, perciò, due importanti traguardi non ancora raggiunti, mentre continua, sempre più rapidamente, la dissoluzione del vecchio ordine sociale.
 
4)     Non è stato raggiunto il climax, il culmine della tragedia sociale, in questa grande rappresentazione storica inscenata dal neocapitalismo, cioè non abbiamo raggiunto e superato il “limite naturale” della compressione materiale e psicologica dei dominati, oltre il quale ci può essere una reazione diffusa, in qualche misura spontanea, anche se in molti casi soltanto insurrezionale e mossa dalla pura rabbia, senza uno specifico ed articolato progetto politico alle spalle.
 
Alla luce dei quattro elementi sopra descritti – costruzione sociale dell’uomo precario, élite rivoluzionaria non ancora visibile, nuova classe subalterna non ancora formata e compressione dei dominati non ancora giunta al limite – si può spiegare il paradosso apparente che vede crescere la passività delle masse (in modo vistoso almeno in Italia) a fronte di un crescente e rapido impoverimento economico, con l’avvertenza che questa situazione “paradossale”, com’è chiaro, non potrà continuare all’infinito e potrà sostenere il sistema, evitando gli scossoni sociali, soltanto per qualche anno, difficilmente per un intero decennio.

Eugenio Orso
Fonte: http://pauperclass.myblog.it/
25.05.2012
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