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intervista: Olivier Père e Marco Solari

 
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Registrato: Aug 09, 2009
Messaggi: 1653

MessaggioInviato: Sab Ago 13, 2011 10:28 am    Oggetto: intervista: Olivier Père e Marco Solari Rispondi citando

Da: www.gdp.ch/articolo.php?id=2761

Festival di Locarno
Il tocco di Marco sulla regia di Olivier
Il cinema prevale sulle polemiche

di R. Bianchi Porro e D. Persico - 13 agosto 2011

"Più facile avere Hollywood che un film italiano in Piazza"

All’ultimo giorno del suo secondo festival da direttore artistico, Olivier Père parla con evidente entusiasmo della sessantaquattresima edizione in cui è riuscito negli obbiettivi che si era dato prendendo in mano la kermesse elvetica. “Volevo un festival diversificato, che fosse un reale punto d’incontro tra cinefili e spettatori comuni, tra registi, buyers, selezionatori di festival e critici; quest’anno penso di essermi avvicinato all’obiettivo” dichiara soddisfatto, seduto per un attimo di tregua nel suo studio.

La Piazza è stata una bella sorpresa di quest’anno: i divi e i buoni film hanno aiutato a vincere la pioggia dei primi giorni?

Questa edizione è stata sicuramente speciale: abbiamo avuto un grande ritorno da parte del pubblico che ha affollato soprattutto la Piazza, ma anche il Fevi e le altre sale. Certamente è importante riuscire a riempire Piazza Grande e film come Super8 e Cowboys & Aliens ci hanno aiutato, ma anche opere piccole, ma intense, come Bachir Lazhar e Le Havre hanno riscosso molto successo.

In Piazza non è mancato un film discutibile come Red State. Perché ha scelto questa collocazione?

Forse ho sbagliato: devo ammettere che è stato un rischio che mi sono preso. Il problema è stato che si trattava di un film americano di un regista conosciuto, Kevin Smith, così per ottenerlo ho dovuto promettere la Piazza. Poi il regista non è venuto a presentare il film e quindi mi sono trovato a non avere il surplus che giustificasse il pubblico variegato della Piazza. Comunque in generale mi piacciono i film di genere e penso possano incontrare il pubblico dei più giovani.

Proprio riguardo ai giovani, mi è sembrato che il pubblico di Locarno in questi ultimi dieci anni sia più maturo. è vero o solo un’impressione?

Può essere. Vorrei lavorare più seriamente su questo punto, facendo fare una seria indagine e capendo come poter catturare quella fascia di pubblico tra i 18 e i 25 anni. Ci sarebbe bisogno di più formazione permanente per i ragazzi, che si riversano su Locarno soltanto la sera a bere birra, in modo da farli arrivare a vedere i film. Per questo ritengo essenziale che ci sia il grande cinema che ci fa sognare e emozionare in Piazza.

Su questa spinta sono stati fatti venire i divi da Hollywood?

Bisogna cogliere anche il lato più spettacolare del cinema per attirare più gente. Non è stato difficile far arrivare Harrison Ford e Daniel Craig, credo che le passate direzioni non ne avessero proprio l’intenzione. In due anni penso di aver attivato un buon rapporto con le majors, quello che ancora mi manca è un grande film italiano per la Piazza!

Più facile Hollywood di Roma?

Devo dire di sì! Essendo in Ticino mi piacerebbe organizzare delle serate con film in italiano, ma ancora non ci sono riuscito. La situazione è migliorata per concorso e le altre sezioni, dove abbiamo proiettato dei bei film come L’estate di Giacomo, ma manca il grande film da Piazza. Bisogna riuscire a convincere i produttori che Locarno sia una buona vetrina anche per autori come Garrone, Crialese, Guadagnino, che stimo molto.

Il Concorso internazionale presentava una linea talmente evidente sulla difficoltà delle relazione tra Stati, soprattutto europei, che veniva da domandarsi se fosse ricercata...

In effetti la selezione di quest’anno ha un’evidente connotazione geo-politica, non è stata ricercata ma il meglio della nostra selezione metteva a tema i problemi e le difficoltà in cui siamo. Film come Low Life e Les Chants du Mandrin ci parlano in maniere diverse della stessa inquietudine. Alcuni film offrono dei finali liberatori, altri più cupi, ma trovo che alla base ci sia l’onesta' di andare al punto di una situazione e l’utopia di credere in un mondo più giusto e più onesto.

Primo anno senza la giornata svizzera, come è stata compensata questa assenza?

Non è stata una mia volontà, Swiss Film ha preferito cambiare metodo e io, peraltro, ho selezionato tre film svizzeri nel concorso. Inoltre ci sono i premi a Villi Hermann e Claude Goretta. Ci tengo ad un festival internazionale ma con i piedi ben ancorati al Ticino e alla Svizzera.

"Il primo anno è servito a prendere bene le misure"

Vestito di chiaro, tranquillo, la stanchezza – dopo dieci giorni così – ci sarà, ma Marco Solari di questa edizione del Festival non può che dirsi soddisfatto. «I bilanci li fanno i giornalisti, gli specialisti e il pubblico. I presidenti si limitano a registrare le osservazioni», avverte però subito. E comunque per dare i dati ufficiali è ancora presto.
Di certo, malgrado nella prima settimana il maltempo non abbia dato tregua a Locarno, l’affluenza non sembra essere mancata, e anzi, tutto sembra indicare che gli spettatori siano aumentati. Assenti, invece – e fortunatamente, bisogna dire – le polemiche che avevano caratterizzato lo scorso anno. Solari soppesa ogni parola, bene attento a non essere frainteso: «La programmazione di quest’anno sembra avere davvero interessato il pubblico».

Un’edizione senza scandali, dicevamo. Viene da chiedere: è Olivier Père ad avere preso meglio le misure, oppure è il presidente ad averlo indirizzato?

Olivier Père è molto intelligente e ha ammesso di essere arrivato in un universo per lui del tutto sconosciuto e di avere avuto bisogno di un anno per capire il territorio su cui si muove il Festival. Ogni manifestazione ha un retroterra su cui agisce, un insieme storico e sociale. L’anno scorso il direttore artistico si è sforzato di capire fino a dove poteva arrivare, fin dove poteva spingersi, e dove invece doveva cercare di essere più prudente. Io, rispettando profondamente – su questo non transigo – la sua libertà nelle scelte, ho capito che era comunque importante prendersi il tempo per spiegare la nostra realtà assai complessa.

Insomma, vi siete “consultati”, diciamo così.

Ho incontrato una persona che era disponibile ad ascoltare, una persona curiosa che è rimasta affascinata dal mondo ticinese; un mondo in cui le passioni sono passioni, diciamolo. Père si è sempre dimostrato disponibile alla discussione, al dialogo e al confronto. Non è per nulla un testardo.

Lei ha più volte affermato che il Festival del film non è mai stato così forte. Né, allo stesso tempo, così fragile. Cosa intendeva dire?

Ci sono voluti dieci anni per portare il Festival dov’è oggi. Sono arrivato in un momento in cui la manifestazione era in crisi finanziaria – con un milione di franchi di debiti – e organizzativa – era un sistema generoso ma non adeguato –. Giuseppe Buffi era riuscito a far sognare, grazie alla sua umanità, ma temo che in un certo senso abbia sofferto di questo grande divario tra i sogni, le ambizioni, e le necessità. La crisi era fortissima: nessuno sa cosa voglia dire portare avanti un Festival con la concorrenza mondiale spietata che esiste. L’aiuto arrivò da governo e parlamento, che giunsero alla conclusione che il Festival di Locarno non fosse solo un avvenimento culturale, ma una manifestazione utile al Ticino. E nel momento in cui io ho preso in mano questa enorme macchina mi sono dovuto rendere subito conto di cosa dovessimo diventare, ovvero un’organizzazione forte ma con le sue specificità. La libertà di cui gode il direttore artistico è riconosciuta mondialmente, e questo vale oro. Il Festival deve rimanere un sismografo di ciò che avviene nel mondo. Qui le vere star restano i film, perché quello di Locarno è un festival di contenuti. Tutto questo significa che non è una macchina fatta per guadagnare: ed è dunque chiaro che più diventa grande, più diventa fragile.

Le vere star restano i film; ma quest’anno ci sono state anche altre stelle...

Ma questo è sempre stato chiaro: è evidente che dal punto di vista del marketing poter contare sulla presenza di certi nomi ha la sua importanza. Ma io ho dovuto agire come un padre di famiglia: se hai a malapena i soldi per sfamare i tuoi, è inutile programmare delle vacanze alle Maldive. Per me le star erano le vacanze alle Maldive. E chi mi ha permesso di uscire da questa situazione è stato Rolando Benedick con il suo Leopard Club, che ci ha fornito una riserva per poter finalmente invitare certi personaggi.

Quest’anno è arrivato in modo importante anche l’aiuto da parte della Confederazione.

Sì, e devo dire anche che Burkhalter aveva ricevuto altri suggerimenti; perché, a livello politico, è evidente che Zurigo abbia un altro peso. È stato lui a scegliere di fare un passo al di sopra di tutti, riconoscendo il valore delle nostre scelte e della nostra identità. È stato un aiuto materiale importante, ma anche e soprattutto un aiuto morale.

La crisi economica la spaventa?

Io non sono un economista. Però dico sempre che se duemila anni fa avessimo avuto i media che abbiamo oggi, avremmo saputo tutto sulla crocifissione e nulla sul cristianesimo. Mi sembra che ci si concentri tanto sui singoli fatti e i singoli momenti... Dunque non sono ancora così allarmato. Vedremo.

Rimane, è evidente, un problema di infrastrutture.

Mancano le strutture alberghiere, soprattutto. Il Grand Hotel non manca solo per l’atmosfera, ma prima di tutto in termini di posti letto. È il più grande problema del Festival. Se poi la città vuole veramente diventare un importante centro dell’audiovisivo europeo la struttura della Casa del Cinema è indispensabile.
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