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La guerra di Libia si fa psicologica

 
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Autore Messaggio
Tao
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Registrato: Jul 29, 2005
Messaggi: 33460

MessaggioInviato: Mer Mar 23, 2011 2:32 am    Oggetto: La guerra di Libia si fa psicologica Rispondi citando

Oggi il giornale “Libero” comunica ai suoi lettori che ci sono dei commandos inglesi all’opera in Libia. Credevo fosse un quotidiano e non un trimestrale. Ora che è diventato un segreto di Pulcinella, gli inglesi se lo vendono per accattivarsi i giornalisti, sia pur falsando un po’ le date .

Ormai è più importante la conquista delle simpatie di un giornalista che quella di un accampamento beduino. La guerra si sta trasferendo sul piano psicologico che è il terreno nel quale gli alleati hanno più mezzi e, paradossalmente, sono più deboli, anche perché combattono su più fronti, uno dei quali incognito: quello degli arabi.

E’ cominciato anche il bombardamento psicologico sugli italiani a cui evidentemente viene riconosciuta una posizione contraria sia alla irresolutezza del governo (che sta perdendo consensi a valanga) che avversa a quella che appare ai più come una evidente prevaricazione “americana”. In pratica i vantaggi andrebbero ai franco inglesi e la nomea dei cattivi agli americani. Ne riparleremo.

La politica americana con gli arabi è stata sempre caratterizzata dalla incomprensione. Le categorie di pensiero degli arabi, sembrano loro troppo complesse e trovano l’uso che gli arabi fanno della metafora nelle conversazioni incomprensibile.

Anche risalendo ad anni lontani, troviamo questa incapacità di comprendere l’altro che è alla base di ogni scontro e di molti dei rovesci politici americani in quell’area dal 1979 ( Iran) in poi.

La cosiddetta “primavera del Maghreb” è stata accolta con entusiasmo dai più, per la fame di novità che contagia sempre le società immobili di fronte alla prospettiva di cambiamenti trendy.

Poi è subentrato lo stupore di fronte alla riuscita della prima e della seconda spallata. La caduta di due longevi prepotenti ha sollevato le speranze dei tanti diseredati che si sono inurbati in questi anni a causa del dumping americano sui prodotti agricoli, di coloro che aspirano a una democrazia di standard europeo e anche di quanti aspirano a svolgere il ruolo di “bravi” di fiducia delle potenze egemoni. Uno studioso americano le ha addirittura chiamate “urban elites”

Ogni rivolta si è presentata come endogena, non violenta ed ha evitato di apparire come ispirata dall’esterno.

Poi, i dubbi hanno cominciato a farsi strada. Nei paesi arabi, i dittatori vengono avvicendati dalla morte. Ben Alì se l’è cavata e di Mubarak non si sa più nulla. I famosi settanta miliardi di dollari che avrebbe rubato non ci sono più. Le elezioni egiziane avvenute ier l’altro non hanno avuto gli onori delle cronache che per una botta in testa a El Baradei, l’uomo degli USA.

Insomma il boschetto narrativo nel quale sono stati condotti per mano, comincia a svanire e la realtà è quella di sempre: vogliono il petrolio. Specie da quando gli incidenti alle centrali nucleari giapponesi, ne ha allargato le prospettive di sfruttamento. In una situazione di smarrimento, gli italiani si rivolsero verso la religione e ne nacque la DC: un partito basato sulla cultura religiosa dei cittadini. Nei paesi arabi e orientali, succederà lo stesso fenomeno: i partiti si agglomereranno intorno all’islam e ci sarà la rincorsa “a chi è di più”.

Sulla Libia, sfortuna volle che “il pazzo” non si è rivelato né molle né vile. Ha deciso di combattere forte del suo apparato di sicurezza e questa risposta non prevista ha messo in crisi il modello di golpe democratico, che prevede armonia senza spargimenti di sangue.

Gheddafi che realizzò un colpo di Stato senza sparare un solo colpo, rischia di andarsene con un bagno di sangue. Ma rischia anche di rimanere: il coraggio piace. Piace la lotta del piccolo contro il grande. Piace la solidarietà familiare. Piace la morte per fini patriottici. Piace il proscritto che combatte. Piace il contagio del coraggio.

Gli americani non è la prima volta che sbattono il naso contro la mentalità orientale, ma non vogliono imparare. Hanno commesso errori di valutazione in Libano, con la Siria, con il Maghreb, con Al kaeda, col Sudan, con Gheddafi versione uno e due e si apprestano a fare altri errori con lo Yemen, il Bahrain e – Dio non voglia – con l’Arabia Saudita.

La base dell’incomprensione è data dal fatto che i nord americani credono che tutti abbiano la loro mentalità e cultura e siano sensibili alla tecnica del bastone e della carota che sperimentarono per la prima volta con gli indiani d’America e anche con l’Italia fascista: bombardamento della capitale il 20 luglio, sfiducia al duce dall’interno il 25 luglio (“la guerra continua”) e resa con comunicato bellicoso 38 giorni dopo (“reagire a qualsiasi attacco da qualunque parte provenga”).

Le periodiche reazioni arabe e orientali in genere, vengono liquidate come nel medio evo si liquidavano le sconfitte: l’opera del demonio. Dai 250 marines saltati in aria in Libano (contro un morto nostro, accoppato al policlinico di Bari per la verità) ai tremila e passa dell’attacco alle due torri, agli scontri in Irak e Afganistan creduti in un primo tempo vittoriosi, non ne azzeccano né ne prevedono una.

L’esempio di Gheddafi è stato contagioso: il presidente dello Yemen, il re del Bahrain e quello dell’Arabia saudita hanno fatto capire che sono anch’essi intenzionati a resistere e che i comunicati stampa del presidente USA sono scritti con la stessa carta degli altri.

Ecco perché questo scontro gli americani non possono perderlo: si combatte per conquistare il cuore e il rispetto degli arabi e degli orientali e non solo per il petrolio.

Ma le foto che speculavano sulla ignoranza della religione, le balle sui diecimila morti, il sequestro dei beni personali, tutto contribuisce ad allontanare gli arabi dall’ammirazione dei primi giorni.

Gli arabi ammirano il valore personale in battaglia (gli altri stanno dietro una consolle), hanno il senso dell’ospitalità come primo valore (loro chiedono in Afganistan la consegna dell’ospite Ben Laden) amano la tradizione (loro demoliscono gli edifici quando “invecchiano”) la famiglia è sacra (in Libano si sospese la guerra per la morte della moglie di Gemayel e tutti i capi nemici parteciparono indisturbati al funerale) gli arabi mentono in privato e sono sinceri in pubblico, gli yankees il contrario: guai dire bugie alla moglie, ma sui comunicati stampa le sparano grosse.

Lo stesso accadde con Saddam Hussein in Irak : Bush giurava che gli irakeni avevano mezzi di distruzione di massa e Saddam diceva non essere vera l’accusa e che se avessero attaccato ”li avrebbero rimandati indietro a uno a uno rinchiusi in sacchi di plastica nera”. Gheddafi nega di aver mai fatto massacri di massa e assicura che lascerà le sue ossa in Patria come baluardo sul Mediterraneo dove peraltro non oseranno venire a stanarlo.

Questo è il paradosso democratico: i cattivi dicono la verità e i buoni raccontano balle.

Fonte: http://corrieredellacollera.com
Link: http://corrieredellacollera.com/2011/03/22/la-guerra-di-libia-si-fa-psicologica/
22.03.2011
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