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Cefalonia ’44, scacco alla Wehrmacht

 
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Registrato: Jul 29, 2005
Messaggi: 15405

MessaggioInviato: Mar Set 12, 2006 10:41 am    Oggetto: Cefalonia ’44, scacco alla Wehrmacht Rispondi citando

Cefalonia ’44, scacco alla Wehrmacht la rivincita dei «banditi della Acqui»


LE prime ombre del tramonto hanno allentato l'assedio del caldo, ma i genieri della Wehrmacht non ne traggono alcun beneficio. Continuano a sudare nel trasportare le 106 mine da 120 chilogrammi l'una con le quali devono minare il porto di Argostoli, la semidistrutta capitale di Cefalonia. È l'8 settembre 1944: i tedeschi abbandonano l'isola per sfuggire alla morsa della resistenza greca e dei commando britannici. Il Terzo Reich ha però deciso di lasciare dietro di sé soltanto macerie: le quasi tredici tonnellate di esplosivo devasteranno, oltre alle misere strutture del porto, anche la città a esso appiccicata. Argostoli è già stata duramente colpita dai bombardamenti degli Stukas il 15 settembre '43, allorché la furia germanica si era abbattuta sui militari italiani della divisione Acqui, adesso resta da completare l'opera. All'improvviso il lavoro s'interrompe.

I genieri e le sentinelle guardano esterrefatti undici miserabili vestiti di stracci, ma con i mitra spianati. Da dove sbucano? Sono italiani, sono marinai, fanti, genieri, sono ciò che resta della Acqui dopo la strage dell'anno prima (più di 9 mila morti, dei quali 5 mila giustiziati nelle ore successive alla resa), dopo i mesi durissimi trascorsi alle dipendenze del tedesco, adibiti a pesanti lavori di ricostruzione e trattati quasi da schiavi. Li ha riuniti il capitano Renzo Apollonio, uno dei protagonisti dell'epica e sanguinosissima resistenza della divisione, un triestino capace d'imprese rocambolesche, il cui ricordo a sessant'anni di distanza continua a dividere i reduci. Il primo nucleo di resistenti ha giurato vendetta nei confronti dei loro sterminatori la notte del 14 ottobre '43, ad appena due settimane dall'esecuzione dell'ultimo gruppo di marinai. Lo hanno giurato su un mitragliatore recuperato chissà come, chissà dove: oltre ad Apollonio erano presenti il sottotenente Esposito, i sergenti maggiori Conte, Insolvibile e Caliari, gli artiglieri Cattabiani ed Ebetelli. Nei giorni seguenti hanno aderito il tenente De Robertis, i sottotenenti Braghetti, Boni, Muscettola, i sergenti maggiori Cagninelli, Vender, De Negri, Bruno, Rigani, Fregomeni, i sergenti Franchini, Berti, Baraldi, Bernasconi, Ardito. Con l'inverno sono stati coinvolti quasi tutti i 1200 militari trattenuti a Cefalonia per fornire manodopera gratuita agli occupanti. Gli italiani hanno cominciato a compiere sabotaggi, a sottrarre armi e munizioni, a passare informazioni ai partigiani: in un paio d'ingarbugliate situazioni Apollonio e i suoi compagni hanno rischiato grosso pur di aiutarli. Il comando della Wehrmacht sull'isola ha attribuito la responsabilità dei guasti e degli inceppamenti ai «banditi della Acqui», ma senza giungere all'individuazione dei responsabili. E proprio «Raggruppamento banditi Acqui» è stato il nome assunto dai ribelli. Una voglia indistinta di rivincita ha contagiato i soldati e gli ufficiali, quanti erano scampati alla fucilazione e chi si era salvato dandosi prigioniero o dichiarandosi amico di Mussolini e del Terzo Reich. I sopravvissuti della Acqui hanno atteso in silenzio e proni il momento giusto per colpire. Hanno baciato la mano del sopraffattore in attesa di poterla tagliare.

Alla fine di agosto, in accordo con gli ufficiali inglesi della missione alleata, è stato stabilito il quadro delle operazioni. L'intervento al porto è capitato all'improvviso: bisognava evitare la distruzione del molo e dei quartieri vicini. Nel nome dei morti sono andati in undici. Li ha guidati il tenente del Cemm (Corpo equipaggi militari marittimi) Lorenzo Caccavale. Con lui sei marinai (il capo nocchiero Carlo Duse, il sergente Ezio Brandoli, il sergente nocchiero Giovanni Tercovich, il sergente motorista Vincenzo Musclot, il motorista Giuseppe Giliberto, il marinaio Filippo Rusconi), il caporal maggiore della fanteria Adulio Paolini, il sergente del genio Francesco Belluffo, i genieri Vittorio De Carlo ed Ermanno Pedrotti. Il colpo di mano è riuscito in pieno. I tedeschi ora sono allineati e disarmati dinanzi a coloro che hanno massacrato, insultato, angariato. A più di uno della Acqui scappa dalla pelle la voglia di rivalersi, di far provare al tedesco come ci si sente a essere una preda inerme. Ma Apollonio è stato perentorio: l'obiettivo primario è la salvezza del porto. Caccavale ordina di lasciar andare i prigionieri. Gli undici ragazzi della generazione sfortunata si dedicano a disinnescare le mine. La missione è portata a termine con grande perizia, poi via come frecce perché è in arrivo la retroguardia germanica, costretta alla beffa di evacuare Cefalonia in mezzo a quelle mine oramai innocue. Gli uomini del Raggruppamento occupano i depositi e i magazzini, entrano in Argostoli. Alle 9 della sera di quell'8 settembre '44 la bandiera italiana e la bandiera greca vengono issate sull'antico pennone di piazza Valianos, il cuore della capitale. A un anno dall'armistizio, a un anno dalle vicende che travolsero l'Acqui, i sopravvissuti del 17° e del 317° fanteria, gli indomiti artiglieri del 33°, ai quali i crucchi hanno dato la caccia a uno a uno, i giovanissimi medici degli ospedali da campo, i pochissimi superstiti della compagnia radiotelegrafisti, del comando Marina, del genio, del battaglione mitraglieri, del battaglione carabinieri, della compagnia finanzieri stanno sull'attenti con le lacrime agli occhi sotto il tricolore tornato a sventolare.

La breve cerimonia rappresenta la rivincita nei confronti di un esercito, la Wehrmacht, e di uno Stato, il Terzo Reich, che fecero carne da macello della divisione. Durante la notte Apollonio invia al generale Messe, comandante in capo del ricostituito esercito italiano, la comunicazione che la Acqui ha ripreso possesso dell'isola. Dal Cairo giunge un messaggio di plauso da parte del quartier generale alleato. Il 17 settembre sbarcano le formazioni comuniste dell'Elas. Ne fanno parte anche alcuni della divisione, come il capitano Amos Pampaloni, che dopo aver miracolosamente schivato la morte hanno raggiunto la terraferma per unirsi ai partigiani. Dietro i sorrisi formali insorgono da subito le incomprensioni. I greci vorrebbero annettersi il Raggruppamento e soprattutto impossessarsi del suo cospicuo arsenale. Gli ufficiali inglesi spediscono in Italia dapprima le armi e poi i 1286 componenti. Il pomeriggio del 12 novembre sulla banchina di Taranto i cacciatorpediniere Artigliere e Legionario e cinque mezzi da sbarco britannici sbarcano la Acqui con le armi individuali, quattro cannoni da 155/14, quattro da 100/17, quattro mitragliatrici, quattro fucili mitragliatori. Gli anglo-americani le hanno consentito di tornare a casa con le armi e la bandiera quale premio del suo comportamento. Un privilegio costato 9406 morti.

Alfio Caruso
Dfonte: www.lastampa.it
11.09.06
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