RobertoG Newbie


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Inviato: Lun Gen 05, 2009 9:55 am Oggetto: Gilad Atzmon - il destino di Israele |
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Vivere in un tempo preso a prestito su di una terra rubata
Comunicare con gli israeliani può lasciare sconcertati. Anche ora che l’aviazione militare israeliana sta attuando alla luce del sole la strage di centinaia di civili, donne, vecchi e bambini, il popolo israeliano riesce a convincere se stesso di essere la vera vittima in questa saga violenta.
Coloro che hanno una familiarità intima con il popolo israeliano comprendono che essi sono perfettamente in sintonia sulle origini del conflitto che domina le loro vite: piuttosto spesso, gli israeliani riescono a tirar fuori argomentazioni grottesche, che possono avere un senso all’interno del discorso israeliano, e che tuttavia non ne hanno alcuno non appena si esce dal terreno ebraico. Questo tipo di argomenti fa più o meno così: “quei palestinesi, perché insistono a vivere sulla nostra terra (Israele), perché non possono semplicemente andarsene in Egitto, Siria, Libano o in qualsiasi altro paese arabo?”. Un’altra perla di saggezza suona così: “Che cos’hanno che non va, i palestinesi? Gli diamo acqua, elettricità, istruzione e tutto ciò che fanno è tentare di buttarci a mare”.
Sorprendentemente, anche gli israeliani all’interno della c.d. “sinistra”, anche quelli istruiti, non riescono a comprendere chi siano i palestinesi, da dove vengano e per cosa resistano e combattano. Non riescono a capire che per i palestinesi, la Palestina è casa loro. Ha del prodigioso che gli israeliani non riescano a rendersi conto di come Israele sia stata fondata a spese del popolo palestinese, su terra palestinese, sui villaggi, città, campi e frutteti palestinesi . Gli israeliani non capiscono che i palestinesi di Gaza e dei campi profughi della regione sono in realtà persone sfrattate da Ber Shiva, Yafo, Tel Kabir, Shekh Munis, Lod, Haifa, Gerusalemme e molti altri paesi e città. Se vi viene da chiedervi come mai gli israeliani non conoscano la propria storia, la risposta è piuttosto semplice: non gliel’hanno mai raccontata. Le circostanze che portarono alla nascita del conflitto israelo-palestinese vengono accuratamente occultate all’interno della loro cultura.
Le tracce della civiltà palestinese precedenti al 1948 sono state cancellate. Non solo la Nakba (ovvero la pulizia etnica del popolo indigeno palestinese avvenuta dal 1948) non fa parte del curriculum israeliano, ma non è nemmeno menzionata o discussa in alcun forum accademico ufficiale israeliano.
Al centro di quasi tutte le città israeliane si può trovare un monumento commemorativo del 1948, raffigurante un bizzarro, quasi astratto, intrico di tubi. L’installazione idraulica viene chiamata “Davidka” ed è in realtà un mortaio israeliano del 1948. L’aspetto interessante è che il Davidka era un’arma estremamente inefficiente: i suoi proiettili non arrivano a più di 300 metri e causano dei danni molto limitati; tuttavia, per quanto provochino pochissimi danni, fanno molto rumore. Secondo la narrativa ufficiale israeliana, gli arabi (ossia i palestinesi) semplicemente scappavano non appena cominciavano a sentire le esplosioni dei Davidka da lontano. Sempre secondo la storiografia ufficiale israeliana, gli ebrei (ossia i “nuovi israeliani”) fecero un po’ di fuochi d’artificio e gli “arabi codardi” fuggirono come deficienti. Nella storiografia ufficiale non c’è menzione dei massacri pianificati condotti dalla nascente IDF (Israeli Defense Forces, NdT) e dalle unità paramilitari che ne precedettero la nascita. Non c’è altresì traccia delle leggi razziste che impedirono ai palestinesi di ritornare alle proprie case e terre.
Il significato di tutto ciò è piuttosto semplice: gli israeliani non hanno alcuna familiarità con la causa palestinese. Per cui, possono interpretare la lotta palestinese soltanto come le irrazionali azioni omicide di pazzi lunatici. All’interno dell’universo israeliano, essi sono le vittime innocenti ed i palestinesi nient’altro che barbari assassini.
Questa grave situazione che lascia gli israeliani all’oscuro riguardo il loro passato distrugge alla base ogni possibilità di riconciliazione futura: siccome agli israeliani manca la minima capacità di comprensione del conflitto, essi non riescono a contemplare altra soluzione che non sia quella dello sterminio o della “pulizia” del nemico. Tutto ciò che il popolo d’Israele ha diritto di conoscere sono le varie fantasmatiche narrazioni sulla sofferenza del popolo ebraico: il dolore palestinese è del tutto sconosciuto alle sue orecchie. Il “diritto al ritorno” dei palestinesi gli suona come un’idea divertente. Persino gli “umanisti israeliani” più progrediti non sono disposti a condividere la loro terra con i suoi abitanti originari. E ciò non lascia ai palestinesi molta scelta, se non quella di liberarsi da soli nonostante tutte le circostanze avverse. Chiaramente, non c’è un partner disposto a negoziare la pace dalla parte degli israeliani.
Questa settimana abbiamo tutti appreso di più circa le capacità balistiche di Hamas. Evidentemente, Hamas si era piuttosto “trattenuta” dall’attaccare Israele per un bel po’ di tempo. Si è trattenuta dall’estendere il conflitto a tutta la parte meridionale di Israele. Mi è venuto in mente che le salve di Qassam che sporadicamente cadevano su Sderot e Ashkelon non erano di fatto altro che messaggi dai palestinesi imprigionati (a Gaza, NdT). Innanzitutto erano un messaggio alla terra rubata, ai campi amati ed ai frutteti: “Nostra amata terra, non abbiamo dimenticato, siamo ancora qui a lottare per te, presto o tardi faremo ritorno, ricominceremo da dove abbiamo interrotto”. Ma erano anche un messaggio ad Israele: “Voi là fuori, a Sderot, Beer Sheva, Ashkelon, Ashdod, Tel Aviv e Haifa, che riusciate a capirlo o meno, state di fatto vivendo sulla nostra terra che ci avete rubata. E’ meglio che cominciate a fare le valigie perché il vostro tempo sta per scadere, avete esaurito la nostra pazienza. Noi, il popolo palestinese, non abbiamo più nulla da perdere”.
Siamo realistici: la situazione in Israele è piuttosto grave. Due anni fa erano i razzi di Hezbollah che martoriavano il nord di Israele; questa settimana quelli di Hamas hanno dimostrato oltre ogni dubbio di essere in grado di servire al Sud di Israele un cocktail a base di vendetta balistica. In entrambi i casi, ad Israele non è rimasta che la risposta militare. Che è in grado senza dubbio di uccidere i civili ma non riesce a fermare il lancio di razzi. La IDF non dispone dei mezzi per proteggere Israele a meno di non considerare la possibilità di coprire il cielo di Israele con un tetto di solido cemento. Alla fine della fiera, potrebbero davvero pensare ad una soluzione simile.
Ma questa non è la fine della storia, anzi ne è appena l’inizio. Ogni esperto di medio-oriente sa che Hamas può assumere il controllo della Cisgiordania in poche ore, infatti il controllo dell’Autorità Palestinese e di Fatah in Cisgiordania viene mantenuto solo grazie all’IDF: una volta che Hamas assumesse il controllo della Cisgiordania, il più grande centro popolato israeliano verrebbe lasciato alla loro mercé. Per coloro che non riescono a comprendere, questo sarebbe la fine dell’Israele ebraico. Può accadere oggi stesso, tra tre mesi, tra cinque anni, non è questione di “se” ma di “quando”. Quando accadrà, tutta Israele sarà nel raggio di fuoco di Hamas e di Hezbollah, la società israeliana crollerà, la sua economia andrà in crisi: il prezzo di una villa padronale nella parte nord di Tel Aviv varrà quanto una capanna a Kiryat Shmone o a Sderot. Nel momento in cui un solo razzo colpirà Tel Aviv, il sogno sionista sarà finito.
I generali dell’IDF lo sanno, come lo sanno anche i leader israeliani, ecco perché sono passati alla fase successiva, trasformando la guerra contro i palestinesi in sterminio. Gli israeliani non progettano di invadere Gaza, poiché non hanno niente da recuperare là. Ciò che vogliono è portare a termine la Nakba: sganciano bombe sui palestinesi per annientarli, li vogliono fuori dalla regione. Ovviamente, non funzionerà, i palestinesi non se ne andranno. Non sol resteranno, ma il giorno in cui faranno ritorno alla loro terra si avvicina man mano che Israele dispiega le sue tattiche più mortali.
E’ a questo punto che entra in gioco la “fuga della realtà” degli israeliani. Israele ha passato il punto di non ritorno, il suo gramo destino è inciso su ogni bomba che sgancia sui civili palestinesi. Non c’è niente che Israele possa fare per salvarsi, non esiste una “strategia d’uscita”: non può negoziare una via d’uscita perché né gli israeliani né i loro leader comprendono i più elementari parametri coinvolti nel conflitto.
Gli israeliani non dispongono della potenza militare necessaria a chiudere la battaglia: possono riuscire ad uccidere i principali leader palestinesi, lo ha fatto per anni, e tuttavia la resistenza palestinese piuttosto che indebolirsi si rafforza. Come predisse un generale dell’IDF già ai tempi della prima Intifada, “per poter vincere, tutto ciò che devono fare i palestinesi è sopravvivere”. Stanno sopravvivendo e stanno davvero vincendo.
I leader israeliani lo sanno. Israele ha provato di tutto, dal ritiro unilaterale, alla privazione delle risorse ed ora lo sterminio. Hanno provato ad aggirare il pericolo demografico rinchiudendo i palestinesi in un intimo e ristretto ghetto in stile giudaico. Niente di ciò ha funzionato. E’ la testardaggine palestinese sotto forma della politica di Hamas che disegna il futuro della regione. Tutto ciò che resta ad Israele è di aggrapparsi alla sua cecità ed alla fuga dalla realtà per sfuggire al loro nero destino che è già divenuto immanente. Durante la loro caduta, gli israeliani canteranno ai loro familiari inni da vittime. Essendo imbevuti di un senso di supremazia auto-centrica, verranno completamente avviluppati dal loro dolore, restando completamente ciechi al dolore da essi inflitto agli altri. Caso più unico che raro, gli israeliani agiscono come un collettivo unitario quando sganciano le bombe sugli altri mentre, quando vengono anche minimamente colpiti, riescono a trasformarsi in tante monadi di vulnerabile innocenza.
E’ questa contraddizione tra l’immagine che essi hanno di se stessi ed il modo in cui vengono visti dal resto di noi che trasforma gli israeliani in un mostro sterminatore. E’ questa discrepanza che impedisce agli israeliani di comprendere la loro storia, questa discrepanza che non gli fa comprendere i numerosi, ripetuti tentativi di distruggere il loro Stato. E’ questa discrepanza che impedisce agli israeliani di comprendere il significato della Shoah in modo che possa prevenire la prossima. E’ questa discrepanza che impedisce agli israeliani di essere parte dell’umanità.
Ancora una volta, gli ebrei devono affrontare un destino ignoto. In un certo senso, io stesso ho iniziato il mio viaggio già un po’ di tempo fa.
Gilad Atzmon è musicista jazz, compositore, produttore e scrittore. Ha scritto questo articolo per PalestineChronicle.com.
Traduzione a cura di
http://cittadiariano.it/blog/huey/
http://cittadiariano.it/blog/huey/2009/01/gilad-atzmon-il-destino-di-israele/ |
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