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Manfred - Da dove viene la `ndrangheta E il suo potere

 
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MessaggioInviato: Mar Nov 01, 2005 11:06 am    Oggetto: Manfred - Da dove viene la `ndrangheta E il suo potere Rispondi citando

I rapporti fra le cosche calabresi, gli ambienti istituzionali e quelli sovversivi

Le origini storiche lontane, nella resistenza allo stato «straniero» e repressore tra i monti della Calabria; e quelle vicine, nelle frange devianti dell'emigrazione intrecciate ai capibastone inviati a domicilio coatto nell'hinterland milanese. Come si è arrivati alla potenza dell'ultima e più aggressiva delle mafie italiane globalizzate

Siamo tra l'area a nord di Milano e la provincia di Lecco, all'inizio degli anni Novanta. Il paesaggio è rimasto manzoniano: boschi, scorci lacustri a intermittenza, borghi non soffocati da eccessiva speculazione edilizia. Molte delle pizzerie della zona appartengono a Coco Trovato, dominus locale della `ndrangheta. Una, in particolare - specie di quartier generale - si chiama enfaticamente «Wall Street», ed è intestata alla moglie del boss, Eustina Musolino. Non ci potrebbe esser miglior sintesi storica e tecnica dell'evoluzione della mala calabrese: il cognome Musolino evoca le origini ottocentesche dell'organizzazione stessa, cioè quel Giuseppe Musolino «re dell'Aspromonte» a lungo emblema di una resistenza contro le sopraffazioni di uno Stato piemontese-italiano esclusivamente (e ottusamente) repressivo; mentre il nome del locale sarà anche quello di una vasta operazione giudiziaria condotta dall'allora sostituto procuratore Armando Spataro (poi al Csm) e conclusa il 14 ottobre 1993, da cui emergono le sagome di una rete criminale modernissima nei modi e precocemente globalizzata.

Prima venne il domicilio coatto

Dopo essersi radicata in un'area estesa dalla Brianza a tutto l'hinterland milanese - sia attraverso le derive devianti di un naturale flusso migratorio, sia, soprattutto, attraverso i boss mandati al «domicilio coatto» - la 'ndrangheta ha infatti saputo riciclare i proventi dei sequestri e del traffico di droga in transazioni cifrate (Svizzera in primis) o in attività di copertura quali, tra le altre, agenzie immobiliari o finanziarie, imprese di costruzioni e società di leasing, spesso intestate a congiunti o parenti dei capi (oltre ai Trovato, si ricordino almeno i Flachi, i Paviglianiti e i Papalìa). Non solo: in quegli stessi anni si ramifica anche l'attività trans-nazionale delle cosche lombarde, specie nel campo degli stupefacenti: bastino gli esempi della cascina di Rota Imagna, nella bergamasca, dove il calabrese Roberto Pannunzi - già sodale dei boss di Cosa Nostra Bontate e Inzerillo - fa raffinare la droga turca e mediorientale per smistarla nel nord e nel centro Italia; e l'attività del clan Sergi, che prima scambia con gli Stati uniti eroina per cocaina, e poi - grazie a Pannunzi stesso - importa droga direttamente dalla Colombia, lungo un «circuito» che si sarebbe via via consolidato.
Ma operazioni come la «Wall Street» o maxi-inchieste come la «Nord-Sud» (firmata dal giudice per le indagini preliminari Guido Piffer) sono sintomatiche anche di altri due aspetti fondamentali nella messa a fuoco della `ndrangheta.
Il primo è la lenta emersione dei collaboratori di giustizia dalla vischiosità di un familismo impenetrabile, accentuato peraltro da un intreccio fitto di matrimoni parentali. Aspetto molto delicato, perché l'inaffidabilità dei pentiti - come già per Cosa Nostra - verrà brandita in tutte le indagini sulla 'ndrangheta per delegittimare i pm volta a volta attivi. Non a caso, proprio nelle operazioni citate magistrati rigorosi come Alberto Nobili provvedono a verifiche e accertamenti accaniti: vedi il caso di Saverio Morabito alias «il Buscetta della `ndrangheta» o, prima di lui, di Salvatore Annacondia detto «Manomozza».
Il secondo aspetto è il disvelamento dei legami tra l'organizzazione criminale e le istituzioni politiche, dovuto proprio all'apporto dei pentiti. Tra i tanti esempi, tornano con frequenza quelli di area socialista - craxiana e non - e poi forzista: è il caso dei rapporti tra Natale Moscato (consigliere comunale e assessore dell'edilizia e urbanistica a Desio) e il suo parente Natale Iamonte; tra Donato Giordano (che ascenderà poi nel `94, con Forza Italia, addirittura alla poltrona di assessore degli Affari Regionali al Pirellone) e il citato clan dei Flachi; o tra quel Massimo Guarischi (noto anche per un'inchiesta giudiziaria successiva, al tempo della sua militanza berlusconiana) e Rocco Papalìa, trafficante di hashish della zona di Buccinasco.
***

Il legame tra la `ndrangheta e le istituzioni a livello locale o «centrale» - ma anche coi servizi deviati, con l'eversione terroristica e con la cosiddetta «massoneria coperta» - rappresentano l'architettura profonda per chi voglia davvero comprendere il «contesto», storico e strutturale, dell'assassinio di Francesco Fortugno. Lo snodo più vicino nel tempo è la mattina del 9 novembre 2004, quando - su mandato della Procura di Catanzaro - vengono emessi 6 ordini di custodia cautelare e 34 avvisi di garanzia verso un nucleo di figure della politica, della magistratura e dell'informazione - non solo di ambito calabrese - indiziato di aver esercitato sulla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria (Dda) pressioni e condizionamenti di vario genere, a partire dal tentativo di far trasferire magistrati sgraditi.
Tra gli arrestati: Amedeo Matacena jr., ex-parlamentare di Forza Italia sospettato di legami con diverse cosche; Paolo Romeo, ex-parlamentare Psdi vicino al boss Orazio De Stefano, dell'omonimo clan; il direttore del mensile Il dibattito Francesco Gangemi; e il suo cugino omonimo, avvocato. Tra gli avvisi, spicca soprattutto quello al sottosegretario di Stato della Giustizia Giovanni Valentino (An). Il provvedimento - come si legge nell'ordine di custodia cautelare stilato dal gip Antonio Baudi su richiesta del procuratore Mariano Lombardi, dell' «aggiunto» Mario Spagnuolo e del «sostituto» Luigi De Magistris - si fonda sull'esito di 60.000 intercettazioni telefoniche effettuate a partite dal febbraio 2001. Ma prima di addentrarci in queste intercettazioni, è necessario un lungo flashback, in cui l'iter di alcune delle figure sottoposte al mandato risulta rappresentativo dei rapporti tra la'ndrangheta e le istituzioni dello stato e del controstato.

Una loggia segreta

La figura di Paolo Romeo appare per la prima volta, in questa prospettiva, nella casa di Filippo Barreca - è lo stesso «pentito» a ricordarlo in una deposizione dell' 8 novembre 1994 - presenti anche il terrorista nero Franco Freda e un membro dei De Stefano, il legale Giorgio. Obiettivo: la costituzione di una loggia segreta di confluenza tra `ndrangheta (oltre ai De Stefano, i Piromalli e i Nirta) e la destra eversiva.
Qui il discorso sarebbe lungo e controverso, e aprirebbe un flashback nel flashback: perché se è difficile dar torto a Ugo Maria Tassinari quando definisce una «fandonia fantasiosa» l'adesione di Freda a una simile associazione, saremmo più cauti di altri nel liquidare l'accostamento tra i due versanti criminali, dato che in molti casi più di un indizio tenderebbe invece a dimostrarlo: alludiamo alla «rivolta» di Reggio del `70, al golpe di Junio Valerio Borghese, all'assassinio del giudice Occorsio il 10 luglio `76, al «deragliamento» del treno per Gioia Tauro del 22 luglio `70. E poi, è proprio la parabola di Romeo a fungere da cerniera, con due arresti precedenti quello dell'anno scorso: il primo l'11 gennaio dell'80 per «favoreggiamento personale verso Franco Freda» (reato poi estinto per intervenuta prescrizione); il secondo - 18 luglio `95 - avvenuto nell'ambito della maxi-operazione Olimpia (che si articolerà poi in quattro fasi), nella quale spiccano tra gli altri gli avvisi di garanzia per l'ex-ministro Riccardo Misasi (numero uno della Dc calabrese) e per il presidente della prima sezione penale di Cassazione Corrado Carnevale alias «l'ammazzasentenze», sospettato di aver preso soldi per «aggiustare» i processi.
Amedeo Matacena jr (il padre, armatore dei famosi traghetti Caronte, era stato a sua volta indagato nell'operazione Olimpia per i finanziamenti ai citati moti dei «boia chi molla» a Reggio), appare per la prima volta come giovane liberale reggino proprio accanto a Romeo - e a figure come il democristiano piduista Vito Napoli - nell'attacco al pool di Agostino Cordova, impegnato nello scoperchiare lo scandalo della centrale di carbone Enel a Gioia Tauro (una torta immensa di miliardi stanziati dal Cipe). Poi - vedi deposizione dl 3 luglio `97 del pentito Giuseppe Lombardo detto «cavallino» - lo troviamo come referente elettorale della «cupola» avente ai vertici Diego Rosmini sr., Pasquale Condello e Paolo Serraino, già orientata a un «processo di delegittimazione dei collaboratori di giustizia» al fine di azzerare ogni azione investigativa e giuridica.
E per finire - dopo che ha perorato i voti per il suo amico liberale Bastianini, sottosegretario all'Industria che si batte proprio per la costruzione della centrale di Gioia Tauro - lo troviamo evocato in due testimonianze nel momento dello scontro per il dominio della «piana di Sibari»: quella di Florinda Mirabile (figlia del boss della nuova camorra Mario, ucciso dalle `ndrine, le cosche) lo presenta come tramite tra suo marito e l'ex prefetto di Cosenza Catenacci; quella dell'ex affiliato alla `ndrangheta Pasquale Tripodoro ne rinsalda il ruolo di interlocutore elettorale dei boss.

La seconda guerra di mafia

Quanto a Francesco Gangemi (il Francesco Gangemi giornalista), siamo ormai nella dissolvenza del flashback. Dopo la «tregua» tra cosche successiva alla cosiddetta «seconda guerra di mafia» - stipulata nei primi anni Novanta per mettere in off il territorio e poterlo gestire meglio, a partire dalla distribuzione degli appalti - la Dda, anche grazie ai «pentiti», comincia a incidere pesantemente su incriminazioni e arresti. Come ricorda Paolo Iannò - numero due del clan Condello e testimone decisivo nella nuova ondata dei collaboratori di giustizia - le cosche delegano allora proprio a Romeo e Matacena, in cambio della loro elezione, il compito di «aggiustare» i processi, specie quelli incombenti sui De Stefano e i Condello stessi.
Ma quando i benefìci non arrivano, scatta la nuova strategia: ed è lì che entra in scena Gangemi col suo periodico, Il dibattito, fondato con lo scopo di delegittimare sia la Dda (e in particolare i suoi uomini principali quali i magistrati Boemi, Verzura, Pennini, Mollace) sia i «pentiti» di cui l'Antimafia si serve. Mezzo per ottenerlo: soprattutto alcune talpe, che gli inquirenti individuano in due impiegate degli uffici giudiziari di Reggio e in un uomo della scorta di Mollace.Siamo così alle intercettazioni, e al quadro che ne deriva.


a `ndrangheta, orizzonti globali. Seconda puntata

Gli intrecci con la politica neutralizzano l'azione di contrasto.
Tutte le tappe, gli omicidi, complicità e pressioni sulla magistratura che portano all'omicidio Fortugno. Partendo dai legami con la destra eversiva: ricordate l'attentato al treno per Giorgia Tauro nel `70, Junio Valerio Borghese, i cinque ragazzi anarchici morti non per caso in quello stesso anno? Dalla Calabria la 'ndrangheta si espande in tutto il mondo


Delle 60.000 intercettazioni utilizzate dalla procura di Catanzaro per gli arresti e gli avvisi del novembre 2004, qualcuna è trapelata in questi giorni. Attilio Bolzoni, per esempio (Repubblica del 25 ottobre) ha estrapolato diversi passaggi interessanti, tutti concentrati tra il maggio e il settembre 2002. Quelle riguardanti Paolo Romeo (registrate nel suo studio-quartier generale) invocano la rimozione del prefetto Sottile e del suo vice, Rizzo, e manifestano l'avversione sia al questore Maddalena (allora in carica) sia a quello in arrivo; quelle riguardanti il sottosegretario della giustizia Giuseppe Valentino (pure provenienti dallo studio di Romeo) ribadiscono la pericolosità del questore entrante Tonino De Luca, identificato come un «altro uomo di De Gennaro»; e quelle riguardanti lo stesso viceprefetto Rizzo (in un dialogo con l'onnipresente Romeo) coprono di insulti Marco Minniti per aver mandato il maggiore De Donno (segretario particolare dell'attuale capo del Sisde Mario Mori) addirittura «in Cile» e il colonnello Fazio «a dirigere una scuola di pupazzi vestiti da carabinieri». Per la cronaca: il prefetto Sottile è stato successivamente trasferito da Reggio a Trieste; mentre De Luca (ex capo della Criminalpol di Palermo e dirigente della sezione omicidi negli anni di Boris Giuliano) non è mai stato designato a Reggio.
Un colloquio esemplare

Ma le intercettazioni decisive - tornando alla dorsale della nostra ricostruzione - sono altre, e cioè quelle riguardanti proprio le intenzioni aggressive nei confronti dei magistrati. Esemplare è un lungo colloquio tra il giornalista Gangemi e Romeo (siamo nel febbraio 2001), con le cimici piazzate stavolta nell'abitazione e nell'ufficio del direttore, controllato anche sul cellulare. Gangemi attacca infatti con perentorietà il pm Salvatore Boemi («Perché ora incomincio io con Boemi... lo ammazzo!») e poi, tra le risate di Romeo, estende il proposito a Vincenzo Macrì («tu parti con Macrì, e ne facciamo due assieme»). Qui si rende necessario un secondo flashback.
Quello di Salvatore Boemi, infatti, è uno dei nomi che costantemente ritornano in tutti i tentativi più rigorosi di diradare gli addensamenti di nubi (leggi: le coperture) sulla costellazione della `ndrangheta. In un'intervista dell'aprile 2001 lo vediamo risalire, per esempio, alla vicenda dei cinque giovani «anarchici reggini» morti alle 23.25 del 26 settembre `70 in uno scontro con un autotreno sulla strada tra Ferentino e Frosinone. Dopo aver indagato per conto proprio sulla matrice terroristica nera del «deragliamento» del treno per Gioia Tauro (22 luglio '70), i ragazzi erano entrati in possesso di documenti importanti, e li stavano portando a Roma. Solo più tardi si sarebbe scoperto che i due camionisti erano dipendenti della ditta di proprietà del golpista Junio Valerio Borghese, principale sospettato tra i possibili mandanti dell'attentato al treno (vedi «Poteri segreti e criminalità» di Mario Guarino, già citato nella prima puntata di quest'inchiesta). Connettendo i due fatti, Boemi parla di «strage organizzata per coprirne un'altra», e arriva a una conclusione amara e disillusa: «L'unica speranza è che, trent'anni dopo, chi sa decida di parlare. Ma, onestamente, non ci credo». Ed è un disincanto fondato, dal momento che Boemi (vedi i verbali del 23-24 febbraio e del 3 marzo `95) è tra gli estensori dell'elenco degli affiliati a «Cosa Nuova» - impressionante radiografia della rete di cosche vecchie ed emergenti - e alla massoneria calabrese, comprendente nomi di politici influenti di varia provenienza: i socialisti Gabriele Piermartini e Totò Torchia, l'ex comunista Ettore Loizzo, il segretario particolare dell'allora presidente del consiglio Forlani, Mario Semprini, e il notaio Pietro Marrapodi, ex Dc e Grande Oratore delle logge reggine. Proprio Marrapodi è il protagonista tragico di una delle indagini più perturbanti condotte da Boemi. Scosso da una crisi di coscienza e uscito dalla Loggia Logoteta, Marrapodi comincia infatti a vuotare il sacco e a fare i nomi di quelli che «decidono segretamente i destini della gente», in Calabria e non solo. Boemi lo mette così a confronto con il pentito Giacomo Ubaldo Lauro e con il procacciatore d'armi D'Agostino, cavandone un quadro dettagliato dei rapporti tra'ndrangheta, P2, Sisde e istituzioni colluse. Preoccupato di aver detto troppo, Marrapodi si rivolge (vedi intercettazione telefonica del 15 febbraio `94) a Vincenzo Nardi, uno dei tre ispettori inviati dall'allora ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Biondi a verificare l'attività di Mani pulite. Due anni dopo, stremato e serrato in casa, decide di incontrare Mario Guarino per consegnarli copia dei documenti depositati a suo tempo a Nardi (è il giornalista stesso a raccontarlo nel suo libro sulla `ndrangheta); ma l'incontro non avverrà, perché Marrapodi verrà trovato morto nella sua abitazione il 28 maggio `96, con il caso archiviato come «suicidio per impiccagione» e i documenti e i floppy - probabilmente non tutti, come insinua opportunamente Guarino - sequestrati dalla procura reggina.
Non è sorprendente, allora, che Boemi sia l'oggetto dei propositi liquidatori di Gangemi e Romeo; in fondo, gli stessi propositi erano stati accarezzati con maggiore concretezza da altri prima (da un boss del calibro di Pasquale Condello, come rivelato dal pentito Lombardo) e lo sarebbero stati dopo, con un attentato a Boemi programmato per l'ottobre 2001 sull'autostrada A3 tra Palmi e Gioia Tauro, il commando configurato in otto killer armati di kalashnikov. Non a caso, Boemi aveva da tempo trasferito la famiglia in una località «segreta» ubicata lungo quel tratto. Per fortuna, il problema trova una soluzione velata di softness grazie all'intervento dello Stato: da una parte il ministero degli Interni decide la riduzione delle scorte al gruppo della Dda (provvedimento simile a quello adottato, e poi ritratto, per la Boccassini, Colombo e il pool di Milano); dall'altro il ministero di Grazia e Giustizia (nella figura di Roberto Castelli) respinge la richiesta di proroga dell'incarico da parte di Boemi dopo gli otto anni canonici (in una prospettiva, ovvia, di completamento del lavoro) e anzi lo rimuove per «incompatibilità ambientale» con il procuratore distrettuale Antonio Catanese. La giustificazione - per nulla convincente - si appoggia sul fatto che l'inchiesta ministeriale volta a cogliere tali incompatibilità è stata avviata in precedenza dall'allora ministro di Grazia e Giustizia Piero Fassino. Resta comunque che una Dda dal bilancio estremamente concreto fino al 2001 (1000 procedimenti penali per reati contro la pubblica amministrazione; 25 rinvii a giudizio per malasanità; 57 indagati nell'ambito dell'assegnazione degli appalti; 30 ergastoli e 500 anni complessivi di reclusione inflitti nella fase 3 dell'«Operazione Olimpia») viene sottoposta a un inspiegabile break.
E' qualcosa più di un'impressione che sia in atto uno scontro decisivo tra politica e magistratura per molti aspetti simile a quello in atto da Tangentopoli in poi a Milano, dal quale dipenderanno le sorti non solo delle indagini sull'omicidio Fortugno, ma della possibilità di continuare a colpire efficacemente la `ndrangheta a livello locale e (trans)nazionale. Lo si evince tornando ancora alle intercettazioni precedenti il provvedimento del novembre 2004, in particolare a quelle che coinvolgono il vicepresidente della Commissione antimafia Angela Napoli An), soggetta - come il suo compagno di partito Valentino - alle sollecitazioni di Gangemi riguardo a ispezioni e provvedimenti da prendere sulle procure calabresi, Reggio in testa. Ora: come mai l'esito dell'ispezione ordinata dal ministro Castelli alla procura di Catanzaro si è tradotto in un'esortazione al Csm di trasferimento dei procuratori Lombardi e Spagnuolo - che abbiamo visto attivi nel provvedimento del 9 novembre - con motivazione (di nuovo) di «incompatibilità ambientale» e di intromissione «in procedimenti antimafia che non avrebbero dovuto o potuto trattare»? C'è qualche allusione all'interessamento indebito verso i rapporti tra Gangemi e Romeo da una parte e Valentino e la Napoli all'altra? E come mai nell'agosto scorso un altro senatore di An, Giuseppe Bucciero, ha chiesto a Castelli la testa dell'altro procuratore di Catanzaro già citato, Luigi De Magistris? Questo solo per il «regolamento di conti» da parte di An. Ma il campo di tensione è più vasto. Perché - riprendiamo di nuovo Bolzoni da Repubblica - nella procura di Reggio sono saltati undici pm in sette anni (tra i quali uomini decisivi come Giuseppe Verzera, Roberto Pennisi, Alberto Cisterna) e il procuratore Giovanni Antonino Marletta denuncia un turnover incessante dei magistrati più giovani, smaniosi di andarsene dalla Calabria? E soprattutto, perché il procuratore capo Antonio Catanese continua a negare l'evidenza di contrasti e disagi interni alla procura e a trincerarsi in un marmoreo isolamento?

Con buona pace di Pisanu

Se questa tensione non verrà risolta, il futuro della `ndrangheta - con buona pace dell'intraprendenza del ministro Pisanu e del nuovo capo dell'antimafia Pietro Grasso - rischia di non venire contrastato con la necessaria durezza. E questo proprio in un momento - come accennato in apertura - di crescente espansione trans-nazionale degli affari e dei relativi introiti. La nuova `ndrangheta, infatti - è bene ribadirlo - non si limita a riciclare il denaro sporco in centri commerciali come i «Due mari» nell'area di Lamezia Terme («espropriato» con l'assassinio del primo proprietario), o in villaggi turistici come quelli del litorale ionico, monitorati da «guardiani» organici alle cosche, responsabili di assegnare i lavori a ditte amiche e di riscuotere il «pizzo» sugli affitti delle case. La nuova `ndrangheta - passata dalla dimensione «pastorale» a quella «imprenditoriale» anche mandando i figli dei boss nelle migliori università italiane ed estere - ha rinsaldato legami con Cosa nostra e la Camorra (in molti casi ribaltando il rapporto da gregario a dominante) e si è ramificata in tutti i continenti, colonizzando aree del Canada, dell'Australia e dell'Africa. Per contrastarla, si dovranno effettuare molte operazioni come la «Igres», in pieno corso proprio nel momento della rimozione di Boemi. Prendendo il nome da quello di uno dei boss implicati nell'indagine, ma letto a rovescio (Sergi), tale operazione ha impiegato per tre anni, a partire dal 2000, forze massicce: 24 agenti della polizia giudiziaria solo per le intercettazioni telefoniche (con 500 utenze controllate) e molti altri sparpagliati in sette paesi, tra cui Colombia e Namibia. Alla fine, ha portato all'identificazione di un traffico di 4000 chili di droga colombiana destinata ai mercati italiano, europei e americani, e all'arresto di 50 persone solo sul territorio italiano.
Al contrario, se operazioni come questa dovessero diradarsi o infiacchirsi, si può dire con fondatezza che, in tempi di tentazioni neoprotezionistiche, il solo settore davvero globalizzato della nostra economia possa rischiare di diventare quello della varie criminalità organizzate, `ndrangheta in testa.

Manfred
Fonte: www.ilmanifesto.it
Articolo in due parti (28.10. 05 e 30.10.05)

 
ERRATA CORRIGE
Nella prima puntata di questo articolo i nomi dei pubblici ministeri Giuseppe Verzera e Roberto Pennisi apparivano alterati. Ce ne scusiamo con gli interessati e con i lettori.
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Truman
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Registrato: Oct 21, 2004
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MessaggioInviato: Mer Nov 02, 2005 11:01 am    Oggetto: Come contesto va bene Rispondi citando

L'articolo approfondisce bene il contesto in cui si muovono politica e magistratura calabrese, l'ipotesi è che ci sia una strategia del centro destra per ridurre all'impotenza i giudici. Appare ragionevole.

Ma l'omicidio Fortugno che c'entra?

Vale la pena di notare poi la frase "un altro uomo di De Gennaro" che viene visto come pericoloso. Quindi De Gennaro avrebbe i suoi in Calabria. A fare cosa?
Va ricordato che De Gennaro "l'Americano" messo a capo della polizia dalla sinistra, potrebbe essere visto sfavorevolmente dalla destra.
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