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P.zza Fontana sul web l'altra verità di Sofri

 
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helios
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Registrato: Jun 13, 2005
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MessaggioInviato: Sab Mar 31, 2012 2:30 pm    Oggetto: P.zza Fontana sul web l'altra verità di Sofri Rispondi citando

Romanzo di una strage», la versione di Sofri
«Nel film tesi assurde e gratuite»
Online l'instant book dell'ex leader di Lotta Continua

MILANO - A proposito di «Romanzo di una Strage» Adriano Sofri aveva pronunciato qualche perplessità nella sua breve rubrica sul Foglio. Per il resto l'ex leader di Lotta Continua, condannato per l'omicidio Calabresi, aveva tenuto un profilo basso sulla ricostruzione di Piazza Fontana firmata da Marco Tullio Giordana. Il suo era un silenzio fecondo. Sabato 31 è apparso sul web come spuntato dal nulla un libro di 132 pagine vergato dal sessantanovenne intellettuale in risposta alle «tesi gratuite e assurde» che sono alla base del film, e prima ancora del libro che lo ispira. Il titolo è 43 anni, quelli trascorsi dalla strage del 12 dicembre 1969.

LE TESI - La sceneggiatura di Rulli, Petraglia e dello stesso Giordana è «liberamente ispirata» al saggio di Paolo Cucchiarelli Il segreto di Piazza Fontana (Ponte alle Grazie). È la tesi della doppia firma, il «raddoppio» degli ordigni decisa da frange deviate dei servizi segreti con la complicità dell'estrema destra. «Uno intenzionato a fare il botto - sintetizza Sofri - l’altro a fare morti. Considero questa tesi insensata, e nelle pagine che seguono lo argomenterò. Il film, avendo conservato questa tesi e avendola – grazie al cielo – spogliata dell’attribuzione agli anarchici delle bombe “innocue”, l’ha resa gratuita, dunque ancora più assurda: bombe d’ordine o parafasciste che “raddoppiano” bombe fasciste».

LA NOTIZIA SU TWITTER E SUL WEB - Il libro, che apparentemente non ha alle spalle alcuna casa editrice, è stato lanciato sul Foglio, che nel numero del 31 marzo pubblica un'anteprima, e quindi ripreso dal blog Wittgenstein, del figlio dell'autore Luca, quindi da qualche altro sito (ad esempio Zanzibar). La notizia è poi approdata su Twitter, grazie a un paio di tweet dello stesso direttore del Post e di altri attenti lettori. Una reazione a catena destinata ad esplodere da qui a qualche ora.

http://www.corriere.it/cultura/12_marzo_31/sofri-libro-strage_cca811e2-7b15-11e1-b4e4-2936cade5253.shtml
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radisol
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Registrato: Jan 01, 2008
Messaggi: 6612

MessaggioInviato: Dom Apr 01, 2012 10:09 am    Oggetto: il libro di Sofri scaricabile in PdF Rispondi citando

L’ Istant-Book di Sofri su Piazza Fontana è scaricabile gratuitamente a questo link :

http://www.43anni.it/43anni.pdf
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helios
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Registrato: Jun 13, 2005
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MessaggioInviato: Dom Apr 01, 2012 12:47 pm    Oggetto: Rispondi citando

Non si fa»: Adriano Sofri su piazza Fontana
Adriano Sofri spiega perché ha scritto un libro per spiegare le bugie su Piazza Fontana, che si può scaricare gratis online
31 marzo 2012


Inserendosi in un dibattito molto critico sulle fonti utilizzate dal regista Marco Tullio Giordana per il suo film su Piazza Fontana “Romanzo di una strage”, Adriano Sofri ha messo online un lungo testo – un libro, di fatto – che soprattutto contesta con puntualità e argomenti il saggio “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli: a cui il film deve diversi passaggi, mentre se ne discosta per altri. Il libro di Sofri si può scaricare gratuitamente, questi sono due passaggi in cui spiega il contesto e le ragioni della sua riflessione.

Se si intenda il “doppio Stato” non come una figura onnipervasiva capace di ingoiare e piegare a sé ogni ambito e ogni manifestazione della vita sociale e civile, ma come una condizione effettiva e influente dell’Italia nel contesto della guerra fredda e di un’eredità dal regime fascista tutt’altro che regolata, e poi del labirinto di trame che hanno costellato lo scontro politico e sociale fino al colmo di violenza fra fine dei ’70 e inizio degli ’80, si capisce come una visione sospettosa allarmata esasperata e disperata abbia largamente occupato allora menti e animi. Però la constatazione non è esauriente, se si guardi a che cosa è successo poi. È come con le ideologie totalizzanti ed escludenti di una volta, cui si fa carico di aver nutrito e coltivato odio e violenza cieca: e però, tramontate le ideologie, ne è venuta largamente meno un genere di violenza, ma non hanno affatto ceduto odio e messe al bando, sicchè si è dovuto amaramente ammettere che le ideologie totali offrivano loro un eccellente pretesto, ma che l’odio e l’intolleranza sanno cercarsi i propri pretesti anche nei climi più diversi. E dunque la visione paranoica che immagina il governo del mondo come una cospirazione maligna e occulta di pochissimi, e avvisa la gente comune, l’immenso parco buoi della Borsa e della vita, che “tutto ciò che sapete è falso”, non ha mai avuto fortuna così sfrenata come nel mondo in cui la storia era finita e i grandi sistemi ideologici crollati. Per quanti complotti percorrano la terra, la mania del complotto li eclissa tutti. Ma c’è qualcosa in più, oggi, che soverchia le guerre di religione e gli scontri di civiltà e gli arrembaggi della finanza internazionale, e che a tutto ciò imprime una veste uniforme: è la seduzione della fiction. Il film si intitola “Romanzo di una strage”, il libro che si vuole “di storia” vanta di somigliare a una “sceneggiatura”.

Questa mistificazione passa anche attraverso una stanchezza, una distrazione, una rimozione che appartengono a un larghissimo numero di “quelli che c’erano”. Anche l’effetto retroattivo del disgusto che li oppresse quando il magniloquente assalto al cielo della fine degli anni ’60 finiva nel sangue e nella compromissione. Non si aveva più voglia di ricordare com’era prima. Si diffidava del contesto, perché il contesto è troppo pronto a entrare a servizio delle autoassoluzioni. Ho avuto prove vistose di queste censure, e del resto le ho misurate anche su me stesso. Quando mi misi a scrivere su Pinelli, avevo dimenticato anch’io in quali circostanze era stato redatto il manifesto contro Calabresi con quella impressionante sequenza di firme illustri. E per anni, per decenni, le firme erano state rievocate e rinfacciate senza che mai una volta, rinfacciatori e rinfacciati, facessero la minima menzione di quelle circostanze – il modo della ricusazione di un presidente di tribunale quando il processo mostrava di volgere al peggio per il commissario Calabresi – che non giustificavano il manifesto, ma lo spiegavano. Lo vada a leggere, nel mio libro, chi davvero si chieda come poterono figurare in calce a quelle frasi le firme di Primo Levi e di Giorgio Amendola, di Norberto Bobbio e di Federico Fellini.

Al contesto non si può rinunciare. Il compito di chi cerca di ricostruire e interpretare la storia, è di immaginarsi di nuovo, per poco, nel punto in cui le cose non sono ancora successe, nel punto in cui possono ancora succedere diversamente, e guardarle da lì. Le cose, quando avvengono, tradiscono sempre le intenzioni: nel doppio senso del verbo tradire, che le deviano, e le svelano. La storia non può accontentarsi di processare i fatti compiuti, il processo alle intenzioni è anche affar suo: una parte dell’affar suo. Non è bene farsi forti dell’evidenza dei fatti compiuti per proiettarli a ritroso, far divenire inevitabile ciò che era solo possibile, e far passare per plausibili ipotesi avventate.

Dunque l’altra ragione, quella più immediata e forte, per cui ho scritto è di difendere la memoria di Pinelli e, allo stato degli atti, di Valpreda. Non perché siano “simboli” e intoccabili e sacri. Ma perché tutto ciò che ne sappiamo depone a favore della loro estraneità alla strage. Tutto ciò che ne sappiamo, a condizione che ci impegniamo a saperlo – ciò che Cucchiarelli si è guardato dal fare, millantando credito come uno scolaro che imbroglia. Cucchiarelli ha fatto entrare Valpreda in una banca con una valigia di esplosivo: le ragioni che ha addotto sono infondate. Ha fatto precipitare Pinelli con una spinta dalla finestra dell’ufficio di Calabresi, dopo averlo dichiarato a parte del piano esplosivo. Non si fa.


Finisco di scrivere prima di sapere che accoglienza abbia incontrato il film presso il pubblico. Le reazioni delle “anteprime” sembravano risollevare questioni ereditate, e avevano una vivacità un po’ di maniera. La mia reazione è inaffidabile, perché sono mediocre spettatore di cinema, e all’opposto troppo “informato dei fatti” per non osservare continuamente lo scarto fra le cose come andarono e come sono raccontate. Poiché il film non è un documentario, e la soluzione non sta nell’evocare la parola che metta d’accordo tutto, docufiction, è naturale che quello scarto ci sia. La storia nel suo insieme racconta una ampia vicenda di poteri, di armi usate nella lotta politica, di tipi e maschere umane nei diversi ruoli sociali. I personaggi, e gli episodi in cui figurano, raccontano invece le vicende particolari che sono diventate esemplari dentro quella storia d’insieme, le più laceranti. Nel loro caso, l’intervento della finzione condiziona in modo decisivo la comprensione di chi guarda. A una simile difficoltà si può rispondere chiamando in scena un personaggio di fantasia, nemmeno importante, un passante, un cavallo alla battaglia di Waterloo, per guardare da lì alla mischia generale e ai generali e agli imperatori. Qui i personaggi privati sono anche protagonisti pubblici del dramma: Pinelli, Calabresi, e, a suo modo, ma un modo che lo rende loro fraterno, Aldo Moro. Personaggi di tragedia, di ognuno dei quali si sono scrutate mille volte frasi, espressioni, movimenti, azioni. Che le frasi e le azioni che compiono nel film corrispondano alla realtà, e fino a che punto, o se ne discostino per l’invenzione, e fino a che punto, cambierà sostanzialmente la conoscenza e l’atteggiamento dello spettatore. Non se ne potrà dire semplicemente: «È un film». Del resto, si fa fatica a dirlo anche dei film che non hanno a che fare con nessuna realtà, e si pretende che la frontiera sia diventata talmente sottile da finire con lo scomparire, perfino quando nel film ci sono due grandi torri che bruciano e rovinano, e persone vive che ne cadono giù nuotando nell’aria.

Sono molti i punti del film in cui succede. Pinelli viene interrogato su Sottosanti, ma in quello che sappiamo degli interrogatori di Pinelli questo non c’è, e si dice anzi che l’interrogatorio su Sottosanti avrebbe dovuto cominciare dopo la mezzanotte del volo. A Licia, nel film, Pino dice uscendo con Sottosanti: «Vado in banca a ritirare la tredicesima». Frase naturalissima, se non che in realtà la tredicesima, ritirata non in una banca ma alla cassa della stazione di Porta Garibaldi, mentre alla banca di Pinelli è Sottosanti che va a riscuotere un assegno, è un pezzo essenziale della questione dell’alibi. Il perito Teonesto Cerri che dice: «Ho trovato un pezzo di miccia» e la sbandiera, risolve di netto una questione controversa come l’esistenza o no della miccia, secondo una concatenazione che nel film non è stringente, ma è tesa alla conclusione della bomba raddoppiata. Del dialogo fra Pinelli e Calabresi nella libreria Feltrinelli ho detto. Il fatto è che un film, a differenza di un libro, non è fatto per tenere nel dubbio quello che mostra, e lo può fare solo, nelle scene cruciali, decidendo di non mostrarlo se non indirettamente: come il tonfo della caduta di Pinelli sentito da Calabresi in un’altra stanza, che è un modo per dire con certezza che Calabresi non c’era, e per rinunciare, com’è giusto, a far vedere con certezza com’è andata.

Che io trovi sbagliato lo scioglimento del colloquio fra Calabresi e D’Amato lo dicono tutte le pagine che precedono. Calabresi racconta la convinzione che si è fatto – menti di destra e mani anarchiche, e due bombe, una di Valpreda, l’altra fascista, Sottosanti o un altro – e D’Amato contrappone al suo “romanzo” la propria favola, delle due cordate, delle due bombe, ambedue di destra, una fascista e l’altra pure, più o meno (la parte più oltranzista della Nato, servizi americani, ambasciata Usa, estremisti veneti, settori delle Forze armate) e lui, D’Amato, a coprire tutto… Bastava una bomba. C’erano le mene dei servizi atlantici e la complicità e la connivenza dello Stato con quegli “estremisti”, veneti e non solo. Gli autori hanno obiettato che la tesi è riservata all’apologo di quella scena. In realtà gli indizi che vi portano sono seminati lungo il film. Tuttavia quella conclusione non basta a inficiarne il racconto. Gli autori, non so fino a quando, ribadiscono di credere a quella ipotesi. Peccato: perché essa conferisce una gratuita assurdità a uno svolgimento accertato.

Farei a Giordana l’obiezione che invece riguarda il suo film, e non la residua dipendenza da un libro sventato. Proprio quella conclusione che addensa attorno alla trama di una “guerra appena cominciata”, dal 12 dicembre all’uccisione di Calabresi, una tal adunata di potenze nere e occulte – la cosa che probabilmente resterà più memorabile per i giovani che andranno a vedere il film – spiega lo stato d’animo dichiarato da Giordana, che “tutto passava sulle nostre teste”. Tutto quello che avvenne allora, tutto quello per cui la sua generazione pensò di battersi, fu giocato sopra la testa sua e della sua generazione da poteri troppo forti e ubiqui. Una piovra, diciamo. Io non sono d’accordo. Se fosse stato davvero così, se tutti, nelle fabbriche, nelle strade, nelle università, nelle galere, fossimo stati giocati da quell’onnipotenza tenebrosa, allora saremmo privati di tutto, anche dei nostri errori e delle nostre colpe. Il mio amico Mauro Rostagno andò a Trento, nel ventennale del ’68 e poco prima d’essere ammazzato. Ci andò e disse: «Meno male che abbiamo perso». Io sono d’accordo. Meno male che abbiamo perso. Però, Giordana, mi voglio tenere la coscienza di avere perso anche da solo, per mio conto, con le mie forze. Di non essere stato espropriato di tutto, anche della benedetta sconfitta, da quella tenebrosa cospirazione. E, per concludere, un’altra cosa. Giordana e i suoi coautori e attori si sono proposti, mi pare, di fare un film “monumentale”, alla lettera, di fare un’opera di memoria repubblicana. Non so se fosse un proposito appropriato, né se potesse riuscire. Verrebbe da dire che è troppo tardi, o troppo presto. Forse viene sempre da dire così. Ho cominciato la prima pagina dai 43 anni, e così finisco. 43 anni, l’età media degli italiani del 2012. Non è vero che quella storia continua: è consumata, ed è bene che lo sia. I ventenni, è bene che la sappiano, ma non è e non sarà più la loro.

Quando il presidente Napolitano – cui il film si è ispirato, direi – compì lui l’atto monumentale di ospitare insieme le famiglie di Calabresi e di Pinelli, e quando arrivò a nominare l’anarchico ferroviere, la sua voce si incrinò. Era il 2009. Fu inevitabile sentire e pensare molte cose: anche che ci sono lacrime trattenute per quarant’anni.

http://www.ilpost.it/2012/03/31/sofri-piazza-fontana/
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marinetti62
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MessaggioInviato: Dom Apr 01, 2012 1:14 pm    Oggetto: Rispondi citando

(…) Il film, avendo conservato questa tesi e avendola – grazie al cielo – spogliata dell’attribuzione agli anarchici delle bombe “innocue”, l’ha resa gratuita, dunque ancora più assurda: bombe d’ordine o parafasciste che “raddoppiano” bombe fasciste».

 Non è così, ma non lo sa Sofri? Sono usciti due libri intitolati Il segreto di piazza Fontana, uno di Paolo Cucchiarelli ed un altro di Paolo Cuchiarelli; sì , Cucchiarelli senza una “c” , un sosia del vero Cucchiarelli. Un secondo libro quindi, dove il sosia di Cucchiarelli ha tolto i presunti attentati dimostrativi degli anarchici, raddoppiando le bombe attribuite dal vero Cucchiarelli ai fascisti. Quindi il film è basato non sul testo originale del vero Cucchiarelli ma su quello del suo sosia, Cuchiarelli, che nelle librerie è stato messo a fianco di quello originale, raddoppiandolo!
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radisol
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MessaggioInviato: Mar Apr 03, 2012 11:10 am    Oggetto: La meglio bomba. Di Stato. Rispondi citando

“La ricostruzione giudiziaria non è una buona strada per capire”. Marco Tullio Giordana


Nel caso di Romanzo di una strage, ultimo lavoro di Marco Tullio Giordana, che dal primo lungometraggio Maledetti vi amerò periodicamente si confronta col passato remoto (vedi anche La caduta degli angeli ribelli, La meglio gioventù, I cento passi) scindere il punto di vista sulla ricostruzione storica dalla valutazione sulla confezione cinematografica è particolarmente difficile. Perché lo strillo del film recita: “Piazza Fontana - 12 dicembre 1969 ore 16,37 - la verità esiste”. E perché sul tema della verità storica (quindi diversa da quella giudiziaria) che dovrebbe costituire il centro della pellicola si è scatenata una tempesta mediatica preliminare e contestuale all'uscita del film che ha coinvolto autori, intellettuali, storici, giornalisti, protagonisti della vicenda, osservatori variamente e in gran numero schierati. Al primo posto (provvisorio, ma difficilmente eguagliabile in graduatoria) Adriano Sofri, che il 30 marzo pubblica in rete un instant book di 132 pagine, scaricabile dal sito www.43anni.it , di confutazione al libro Il segreto di Piazza Fontana del giornalista Paolo Cucchiarelli (Ponte alle Grazie, 2009, 700 pagine) da cui il film risulta essere

“liberamente tratto”. Tanta dedizione non può essere disconnessa dalla condanna assieme a Bompressi e Pietrostefani, il vertice di Lotta Continua, a 22 anni di reclusione per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi avvenuto nel 1972. Al termine di un processo, conclusosi nel 1997, che costituisce verosimilmente l'ultimo vergognoso capitolo della stagione politico-giudiziaria segnata dalla legislazione premiale: un unico teste coimputato che accusa e si autoaccusa, nessun riscontro, tema di prova inesistente. Ma questo il film non ce lo dice. La definizione giudiziaria per la strage della Banca dell'Agricoltura di Milano passa invece per cinque istruttorie, dieci processi, cinquecentomila documenti archiviati, una sentenza tombale, i neofascisti Freda e Ventura riconosciuti colpevoli nel 2005 ma non più processabili perché già precedentemente assolti in via definitiva, i familiari delle vittime condannati a pagare le spese processuali. Ma, dice Giordana, la verità esiste. Ed è lecito supporre che sia lui a raccontarla.


La mia, di verità, racconta che quella che esplose a Piazza Fontana è stata la madre di tutte le bombe. L'autunno caldo aveva messo in evidenza un'inedita saldatura tra lotte operaie e studentesche in un Paese uscito dal dopoguerra e messo sotto stretta osservazione in ordine alle coordinate della sua internità al Patto Atlantico. Eravamo in mezzo al Mediterraneo tra la Grecia dei Colonnelli e la Spagna del dittatore Franco, in un crocevia attraversato da Servizi segreti civili e militari (deviati è invenzione giornalistica), Cia, Gladio, Rosa dei Venti, Mossad, Kgb, golpisti più o meno imbranati, neofascisti irriducibili e ben foraggiati di soldi e di armi. Di esplosivo. In agosto altre bombe erano esplose su otto treni nella stessa notte, un'altra nello studio del rettore dell'Università di Padova, la mia città. Nessun dubbio che fossero bombe di destra. Poi Milano, la pista anarchica assunta immediatamente come unica, il ferroviere Pinelli “suicidato” in questura, la controinchiesta organizzata dalla sinistra “extraparlamentare” che genera il volume La strage di Stato, i cortei per chiedere verità e giustizia, ma soprattutto per gridare guardate che noi esistiamo, siamo tanti e sempre più incazzati, la conosciamo la verità e per voi sarà dura, sarà lotta dura senza paura e pagherete caro pagherete tutto e tutto l'armamentario verbale che poteva uscire dai megafoni. Le armi vere ancora dovevano venire. Nessun dubbio allora: bomba messa assieme ad altre quattro tra Milano e Roma (particolare non inutile) da neofascisti per lo più veneti pilotati dai Servizi. Obbiettivo: instaurare una strategia della tensione sotto l'ombrello degli opposti estremismi, provocare una svolta autoritaria nel Paese, iniziando dalla promulgazione di leggi speciali per arrivare a un colpo di stato o comunque a una drastica riduzione dei margini di democrazia. Nessun dubbio nemmeno oggi. Le cose stanno così. Da tempo. Troppo tempo per scannarsi in operazioni di riesumazione, considerato quello che sta accadendo nel presente. Per noi. Vale allora chiedersi quale verità si porti a casa chi oggi ha vent'anni e va a vedere il film di Giordana. Quale verità (che certo, esiste) riesca a trasferire il regista assieme agli sceneggiatori Rulli e Petraglia.


Allora forse è possibile tornare a parlare di Cinema. Giordana era sul tram numero 24, a duecento metri dalla Banca dell'Agricoltura, quando la bomba esplose. Aveva 19 anni. Frequentava il movimento studentesco. Calabresi l'aveva conosciuto, dice, di persona. Da molti anni voleva fare un film su questa storia. Per arrivare a concludere il progetto ha letto quintali di pagine scritte, vagliato numerosissime fonti di informazione. Probabilmente ha letto un libro di troppo, quello di Cucchiarelli, connotato da testimonianze rese da fonti che l'autore non vuole rivelare. Ma costruisce comunque un congegno filmico ambizioso e molto complesso. Un mosaico in cui si sforza di inserire tutte le tessere - e sono molte - che servono a comporre l'immagine non solo di quel nebbioso pomeriggio milanese e di cosa accadde nei giorni immediatamente successivi, ma anche del contesto storico e politico in cui quella strage venne concepita, eseguita, coperta. Chiama alla ribalta tutti i nomi delle personalità che in quella vicenda furono coinvolte: anarchici, fascisti, poliziotti, prefetti, giudici, testimoni, politici, ministri, giornalisti, uomini dei Servizi sono il risultato di un lavoro di casting molto puntuale. Altrettanto convincenti sono l'operazione filologica di ricostruzione scenografica, il ritmo e la scansione di una narrazione che riesce a evitare il rischio di slittare nella verbosità, l'adesione degli attori tutti ai loro personaggi. Al Romanzo del titolo. La questione sta qui: tra romanzo e verità. Al mosaico del romanzo non manca nulla, la confezione cinematografica è quella riferibile ad autori di grande esperienza e solidità di mestiere, a una scrittura serrata e senza slabbrature, a un complesso di attori in stato di grazia (a parte qualche scivolata macchiettistica), a un cast tecnico in cui si distingue la fotografia livida di Roberto Forza. Nel mosaico della verità manca invece qualche tessera, e c'è qualche tessera in più.


E' comprensibile, con un po' di buona volontà, la scelta fisiologica di porre al centro della narrazione il rapporto tra l'anarchico quieto e saggio e il dirigente l'Ufficio Politico rigoroso e bene educato, la specie di reciproco rispetto che li caratterizza; molto più opinabile è quella di operare gradualmente una sorta di santificazione di Calabresi, un'umanità cui Mastandrea aggiunge del suo, volente o meno. Che fosse dentro o fuori dalla stanza da cui Pinelli precipita è lui il responsabile della sua morte. Giordana lo mette fuori seguendo una verità giudiziaria consolidata, perdendo l'occasione per rimettere in discussione la sentenza D'Ambrosio che conia la spiegazione del “malore attivo”, il fermato che aspettava in anticamera mise a verbale di non averlo mai visto uscire. Allo stesso modo assumere per verosimile la teoria della doppia bomba lascia stupefatti. Così come fragile è quella che vuole Calabresi protagonista di una personale inchiesta parallela sul fronte dell'intreccio tra Servizi, eversione nera, gerarchie militari. Di Aldo Moro ci viene rimandata una figura fin troppo lacerata e ieratica. Di quanto giornalisti democratici e attivisti della sinistra abbiano lavorato per smontare la pista anarchica si vede poco. Come si vede poco Milano, poco del coraggio e della dignità che i cittadini misero in piazza. Gli autori hanno provato a restituire l'atmosfera di angoscia e di tensione che gravava sull'Italia di quegli anni, a lasciar intravedere il fantasma delle forze occulte, ma non hanno saputo o voluto dire chi ha deposto la bomba sotto il tavolo della banca e chi ha spinto Pinelli dalla finestra del quarto piano. Noi, dicevo, non abbiamo questo problema. Lo spettatore ventenne forse sì. Può essere che non gli basti il Romanzo, che la “buona strada per capire” offerta in alternativa alla ricostruzione giudiziaria non sia affatto chiara. Si prova disagio di fronte a una via d'uscita a interrogativi che restano senza risposta strutturata in una sorta di finale bipartisan, sempre tanto di moda. E' questo il problema, se ce n'è uno. Una nuova declinazione del doppio: doppi estremismi, doppi Servizi, doppie bombe, doppi taxi, due di tutto. Fino da quando, all'inizio, un giornalista de L'Unità dice a Calabresi che tutte e due le parti stanno perdendo il controllo. Tutte e due. Una stagione di lotte spezzata dai poteri occulti intrecciati tra le due sponde dell'Atlantico, una spinta di rinnovamento paralizzata sul nascere? Non è stato così, non c'è stata nessuna paralisi, i processi di rinnovamento non si sono arrestati. Il Potere è uno solo, ieri come oggi, anche se si ridefinisce continuamente nella sua composizione e le lotte vivono di cicli che non si riproducono mai in forma uguale. Di questo film tra qualche settimana non si parlerà più, anche se ci si può aspettare che qualcun altro possa trarre profitto commerciale da quel passato. Del Potere che si sta appropriando del futuro dei giovani spettatori, invece, si parlerà ancora.


2/4/2012 Marco Rigamo

http://www.globalproject.info/it/produzioni/La-meglio-bomba-Di-Stato/11201
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marinetti62
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MessaggioInviato: Mer Apr 04, 2012 2:09 pm    Oggetto: - Tutto in mezz’ora ? Rispondi citando

1) Giuseppe Pinelli: è andato al bar ha preso un caffè e ha giocato a carte fino alle 17-17,30. Poi è andato a ritirare la tredicesima, si è fermato al circolo anarchico Ponte della Ghisolfa fino alle 18 circa ed infine è andato al circolo Scaldasole.

2) Mario Pozzi: dice che ha giocato col Pinelli fino alle 17-17,30 e dice che Pinelli è andato via mezz’ora prima di lui, quindi alle 16,30-17,00 l’ora in cui comincia la partita nel tavolo a fianco, il tavolo dell prof. Savino.

3) Mario Magni dice che arriva alle 16,10-16,30 al bar, la partita di carte tra il Pinelli e il Pozzi è già in corso, e mentre aspetta per entrare nel gioco con loro, guarda la partita nel tavolo a fianco, quello col prof. Savino che è iniziata non prima delle 17, perché:

4) Savino Santagostino: il professore di musica, finisce la lezione alle 16,30, esce da scuola e prende un taxi per andare a casa (ha problemi motori), ci resta 10-15 minuti, esce e va la bar. Si siede in attesa che arrivino al tavolo Palombino, Stracchi e Di Giorgio.

Sarà passata mezz’ora dalla fine delle lezioni del prof. Savino? Saranno le 17 circa? La partita nel tavolo del prof. Savino inizierà non prima delle 17? Io credo di sì, se il prof. resta in casa quei 10-15 minuti, un altro quarto d’ora lo perde complessivamente fra l’andare a casa col taxi dalla scuola dove insegnava e all’uscire di casa e recarsi al bar e iniziare la partita.

 Problema:
Se la partita nel tavolo del prof. Savino inizia alle 17,00 circa e Pinelli è andato via dal bar alle 17,00 (secondo il Pozzi), il Magni (arrivato al bar alle 16,10-16,30) che guarda la partita del tavolo del prof. Savino iniziata alle 17,00 , come può aver giocato poi col Pinelli e il Pozzi? Perché il Pozzi si dice sicuro di essere andato via fra le 17 e le 17,30: non si tratteneva mai oltre quell'ora e ricorda che il Pinelli andò via mezz'ora prima di lui, dicendo che doveva andare a prendere dei soldi.
E se invece il Pozzi è andato via alle 17,00 e quindi Pinelli (sempre mezz’ora prima) è andato via dal bar alle 16,30, la partita al tavolo del prof. Savino non era ancora cominciata e la testimonianza del Magni cade, perché in attesa di entrare al tavolo con Pinelli e Pozzi, guardava la partita del tavolo del prof. Savino iniziata alle 17 circa. Allo stesso tempo i componenti del tavolo del prof. Savino dicono che poco prima dell’inizio della partita Palombino urta, nel sedersi al tavolo, il Pinelli e dunque alle 17,00 Pinelli sta ancora giocando.
Mettiamo a questo punto che la mezz’oretta del Pozzi in cui dice che Pinelli andò via prima di lui sia in realtà una ventina di minuti: il Pinelli lasciò il bar alle 17,10. Ma la partita col Magni allora fu brevissima, di dieci minuti (perché il Magni in attesa di entrare a giocare aveva guardato la partita del tavolo del prof. Savino che era iniziata non prima delle 17) cosa strana e che avrebbe, il Magni, dovuto ricordare che la partita fu brevissima perché il Pinelli dovette anare a ritirare dei soldi.

 Allora proviamo così:
Il Pozzi ritada ad andare via dal bar, tutta quella sicurezza “Si dice sicuro di essere andato via fra le 17 e le 17,30, non si tratteneva mai oltre quell'ora” tutta quella sicurezza dunque cade, e in questo caso, andando via, mettiamo alle 18,00, il Pinelli lascia il bar alle 17,30 (Pozzi ricorda che il Pinelli andò via mezz'oretta prima di lui, dicendo che doveva andare a prendere dei soldi). Adesso gli orari tornano, perché nel verbale del 14 dicembre Pinelli asserisce di aver giocato fin verso le 17,25…

MA c’è un altro problema: se il Pinelli alle 17,50-18,00 se ne va via dal Ponte della Ghisolfa, vuol dire che dalle 17,25 alle 17,50-18,00 (ossia 25-35 minuti) è andato da San Siro a ritirare la tredicesima alla Stazione Porta Garibaldi, poi è andato al Ponte della Ghisolfa, nel circolo dopo aver scambiato qualche parola, si mette a scrivere, a macchina, una lettera a Paolo Faccioli, e poi infine se ne va al circolo Scaldasole.

TUTTO QUESTO, IN MEZZ’ORA CIRCA, è POSSIBILE ?

Quanto tempo ci vuole partendo da via Morgantini arrivare alla Stazione Garibaldi, chiudere il motorino, andare all’ufficio paga e riscuotere la tredicesima, riprendere il motorino e andare alla Ghisolfa. Entrare al circolo e scambiare due parole coi compagni presenti, mettersi alla scrivania e battere a macchina la lettera per Faccioli, scambiare ancora due brevu parole coi compagni presenti e infine uscire dal circolo. Basta mezz’ora per fare tutto questo? Tenendo presente che questi sono i tempi dichiarati da Pinelli (uscita dal bar alle 17,30 e uscita dal Ponte alle 1Cool perché:

(…) i stessi compagni Guarnieri Ivano e Bartoli Ester, dicono che il Pinelli medesimo era giunto al «Ponte della Ghisolfa» alle 17-17,10 (Sentenza D’Ambrosio)

(…) Riferisce Ester Bartoli che, andando via dal circolo, Pinelli le dà la lettera da spedire. Ester era già al circolo, ci è stata, dice, dalle 14,30 alle 18,30 circa. Guarnieri arriva “alle 17-17,10 [...] Subito dopo giunse Pinelli”. “Ripeto io andai via verso le 18,30-18,45”. Pinelli “si era già infilato il giaccone”. “Si trattenne … un’ora, un’ora e mezza”. (43anni, Adriano Sofri)

(…) Sarà riascoltata da D’Ambrosio, la Ester, il 21 febbraio 1972: «Può darsi che io non sia stata precisa sull’ora. Può darsi cioè che il Pinelli sia giunto al circolo fra le 17,30-17,45 (43anni, Adriano Sofri)

(…) Ora vediamo la vera questione aperta dalle testimonianze del primo circolo – poi Pinelli andrà a quello di via Scaldasole. Pinelli ci arriva – evidentemente dopo essere andato a riscuotere la tredicesima – in motorino, in un’ora da definire fra le 17,15 e le 17,45. Oltre a dire di aver incontrato Ivan e Paolo “Erda”, aggiunge che «mi hanno invitato a ritornare più tardi dicendomi che avevano bisogno di me. (43anni, Adriano Sofri)

Perché i suoi compagni di fede politica addirittura anticipano l’arrivo di Pinelli al Ponte: 17,10 circa, la prima volta; 17,30-17,45 la seconda volta. E se ho dei dubbi che Pinelli abbia potuto fare quello che ha fatto in mezz’ora (bar-stazione-lettera) non credo proprio che possa verlo fatto in quindici minuti.

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radisol
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MessaggioInviato: Mer Apr 04, 2012 9:58 pm    Oggetto: Non credo .... Rispondi citando

Non credo che la ricostruzione del pomeriggio di Pinelli, pur con qualche oggettiva contraddizione tra i vari testimoni, sia poi così dirimente ...

Visto che nessuno si è mai minimamente sognato di attribuire a Pinelli un ruolo diretto negli attentati ... ma casomai a Valpreda e, per le bomba mai scoppiata alla Comit, ad altri anarchici ...

L'attentato è indubbiamente NERO, certamente ispirato e teleguidato da agenti CIA e dei servizi italiani, gli anarchici non c'entrano nulla .... persino nella fantasiosa versione di Cucchiarelli non hanno responsabilità dirette in Piazza Fontana ma al massimo avrebbero deposto nella banca un "petardone" senza sapere che poi la bomba vera l'avrebbero messa i fascisti ...

Comunque Cucchiarelli è un falsario noto ... nel suo libro pubblica, rubacchiata da "La strage di stato", una foto di anarchici alla manifestazione dei metalmeccanici del 1969 ... ma ci inserisce falsamente, in realtà si tratta di uno studente medio coperto da occhiali da sole, il fascista milanese Nestore Crocesi, allo scopo di rendere credibile la sua "pista doppia", anarchici e fascisti ... bomba innocua messa da Valpreda e bomba VERA messa dal suo semi-sosia Sottosanti .....

Di questa assurdità testimonia persino il sito di destra "FascinAzione" :

http://www.fascinazione.info/2012/03/piaza-fontana-neanche-giordana-fa.html

Altra falsità totale è stata da me segnalata ieri in un'altra discussione ... dove Cucchiarelli fa passare un antifascista cipriota deceduto in un tentativo di attentato all'ambasciata Usa di Atene nel 1970 ... per un fascista greco ... sempre allo scopo di mischiare capre e cavoli ...
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marinetti62
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MessaggioInviato: Ven Apr 06, 2012 2:47 pm    Oggetto: Rispondi citando

RADISOL scrive: “Non credo che la ricostruzione del pomeriggio di Pinelli, pur con qualche oggettiva contraddizione tra i vari testimoni, sia poi così dirimente ...

Vedi Radisol, dirimente o no il fatto è che il TOPIC è (praticamente) sulla risposta di Adriano Sofri (al libro di Cucchiarelli) col suo“43anni” con in appendice le pagine del suo libro precedente le cui esatte parole sono “… che trattano minuziosamente l’alibi di Pinelli, che anche qui mi sta specialmente a cuore”. E ancora: “Il problema, per essere questo, esige prima di tutto che si smonti l’alibi di Pinelli, che io ho rimontato mostrando gli errori di fatto e di ricostruzione logica di D’Ambrosio. Cucchiarelli non se ne occupa”.

E come lo ha rimontato Sofri l’alibi di Pinelli? Pinelli nei due interrogatori, quello delle 3 del mattino del 13 dicembre 1969 e nel successivo del 14 dicembre dice che è uscito dal bar alle 17,30 la prima volta e alle 17,25 la seconda. Dice che è uscito dal bar ed è andato al circolo della Ghisolfa da dove se ne è andato alle 18,00 nel primo interrogatorio e alle 17,50 nel secondo. Pinelli non dice che prima di andare alla Ghisolfa è andato alla stazione Garibaldi a ritirare la tredicesim, e neppure dice che al circolo si è trattenuto per scrivere a macchina una lettera al Faccioli.

È Sofri che inserisce questi due fatti (tredicesima e letterea) credendo così di rimontargli l’alibi. Io credo che invece così gli dia il calcio definitivo: perché in mezz’ora Pinelli non avrebbe avuto il tempo per arrivare alla Stazione Garibaldi da via Morgantini, chiudere il motorino, andare all’ufficio paga (sperando che sia nelle vicinanze della strada) e riscuotere la tredicesima, riprendere il motorino e andare alla Ghisolfa. Entrare al circolo e scambiare due parole coi compagni presenti, mettersi alla scrivania e battere a macchina la lettera per Faccioli, scambiare ancora due brevi parole coi compagni presenti e infine uscire dal circolo. Basta mezz’ora per fare tutto questo? Io credo di no.

Ma la faccenda della tredicesima e della lettera a Faccioli secondo Sofri consolida l’alibi del Pinelli, e sai cosa ti dico? Che Pinelli non ne ha parlato perché sapeva che l’interrogante avrebbe fatto un salto sulla sedia!

Perché da via Morgantini alla Stazione Garibaldi ci sono circa circa 10 km. e col suo motorino quanto ci avrebbe messo? Era dicembre, col freddo non credo andasse a manetta, e c’era il traffico, i semafori, facciamo una media dei 30 all’ora? Ci avrebbe messo 20 minuti. Stiamo più stretti, e mettiamo 15 minuti? poi avrebbe dovuto legare il mezzo in piazzale Freud o forse c’era una entrata secondaria per il personale con l’ufficio paghe nei pressi e avrebbe perso meno tempo, magari non avrà dovuto aspettare, non c’era nessuno davanti a lui e gli è stata liquidata la tredicesima infretta e magari non ha incontrato nessun collega e quindi non si è perso in chiacchere e in definitiva ci può aver messo solo 5 minuti, e siamo arrivati a 20 minuti. Poi dalla stazione alla Ghisolfa (P.zzale Lugano) circa 4 km. ci avrà inpiegato 5 minuti scarsi? E siamo a circa 25 minuti già trascorsi, a cui bisogna aggiungere i convenevoli coi compagni del circolo e la battitura a macchina della lettera per Faccioli.

Io non ce l’ho (almeno direttamente) con Pinelli in questo caso ma con Sofri che crede con la tredicesima e la lettre a Faccioli di rafforzare l’alibi di Pinelli, di ricostruirlo. Senza contare che interrogati una prima volta i suoi compagni di fede Guarnieri Ivano e Bartoli Ester dissero che Pinelli era arrivato al Ponte poco dopo le 17,10 e una seconda volta (dopo che la loro deposizione strideva con quella degli altri testimoni) Pinelli era arrivato al Ponte alle 17,30-17,45. Ma i tempi a questo punto stringono ancora di più della versione del Pinelli che arriva al Ponte alle 18,00. E non sto a dilungarmi (per ora) nell’approfondire l’analisi dei testimoni al bar, quelli che Sofri indica come 5 a favore di Pinelli (gli avventori) e due contro (i gestori).

Il Topic “Piazza Fontana sul web: l’altra verità di Sofri” la cui base è il libro on line “43anni” parla (anche) di queste cose.

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