Tao Newbie


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Inviato: Lun Lug 16, 2007 2:36 am Oggetto: Usa, sull'onda Michael Moore cresce l'emergenza sanità |
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Neppure il duro Charlton Heston voterebbe ancora per George W. Bush, è patetico Oliver Stone, regista
Il nuovo film del regista è il potenziale «An Inconvenient Truth» di quest'anno, dovrebbe fare per la sanità quello che il documentario di Al Gore ha creato intorno alla tutela dell'ambiente
Barack Obama racconta di quando era al capezzale di sua madre, morente di cancro alle ovaie e, fino all'ultimo momento, preoccupata di non poter pagare le cure necessarie. John Edwards spiega i problemi avuti con le assicurazioni nel 2004, quando a sua moglie Elizabeth venne diagnosticato un tumore al seno. Hillary Clinton propone invece una serie di aneddoti relativi all'operazione al cuore subita da Bill qualche anno fa. Da parte sua, Rudolph Giuliani sostiene che il sistema sanitario americano non ha nulla da invidiare a nessuno, ma che ciononostante può essere migliorato.
A circa sedici mesi dalle elezioni del 2008, la sanità emerge come uno dei temi caldi della campagna elettorale. E uno dei più sentiti dal pubblico - sono 44.8 milioni i cittadini Usa privi di qualsiasi tipo di copertura. Almeno un quarto di quelli assicurati, afferma di aver dovuto fare a meno di esami, terapie o operazioni chirurgiche perché non previsti dalla propria polizza. Contrariamente all'immigrazione (l'altra grande riforma legislativa di cui l'America non può più fare a meno), la sanità risulta un tema «unificante» e da cui nessun candidato reale alla presidenza sembra potersi esimere (secondo i sondaggi, dopo l'Iraq è la maggior preoccupazione degli americani). Non a caso, anche coloro che non hanno già elaborato un piano di riforma sanitaria più dettagliato da presentare agli elettori (come hanno fatto John Edwards e Barack Obama), ci stanno lavorando.
In questo contesto, Sicko, il nuovo film di Michael Moore (presentato a Cannes in maggio ma uscito in Usa solo alla fine del mese scorso), si pone sempre di più come il potenziale An Inconvenient Truth di quest'anno, il film che dovrebbe fare per la sanità quello che il documentario interpretato da Al Gore ha fatto per la tutela dell'ambiente. Moore non si spinge come Gore a dire che la sanità non è un imperativo politico ma morale (d'altra parte il suo film prova benissimo che è entrambi) ma non perde occasione di ripetere che si tratta di un soggetto al di là delle divisioni di partito. Fin dalla premiere cannense, era sembrato chiaro che ci si trovava davanti a un film diverso da Bowling for Columbine e Fahrenheit 9/11, ma soprattutto a un Michael Moore diverso - meno aggressivo, più conciliatorio, apparentemente poco interessato a antagonizzare il governo Usa o grandi boss di grandi corporation, a creare una nuova narrativa di scontro. In contrasto a quanto fatto durante le campagne promozionali dei suoi scorsi film, Michael Moore si sta infatti muovendo, il più possibile, all'interno degli organismi istituzionali del sistema politico/mediatico. Proiezioni a Wall Street (per gli analisti di settore), a Washington (per i lobbisti dell'industria farmaceutica - solo una dozzina dei 900 citati in una pagina pubblicitaria acquistata per l'occasione si sono presentati), una sessione a porte chiuse con alcuni membri del Congresso, una marcia di fronte alla sedi della Blue Shield e della Blue Cross a Chicago e persino, dalla location strategica del New Hampshire, un appello diretto ai candidati presidenziali: queste alcune delle iniziative intraprese dalla macchina di Moore di cui, non a caso, fanno parte anche Chris Lehane, ex consulente per la campagne di Gore e Kerry e Ken Sunshine, ex capo del gabinetto del sindaco di New York David Dinkins.
D'altra parte, già ancor prima dell'uscita del film, politici come il deputato liberal del Michigan (lo stato di Moore) John Conyers Jr., o il deputato chicagoano Bobby Rush si erano schierati a favore del regista sull'argomento. Fabian Nunez, il presidente del parlamento californiano che sta trattando con Schwarzenegger proprio un pacchetto di riforma sanitaria, ha invitato Moore prima a un meeting privato e poi a una conferenza stampa comune. Tra gli alleati anche la California Nurses Association e il National Nurses Organizing Committee.
Anche sul piano mediatico, l'approccio della promozione di Sicko è differente. Importante, per esempio, l'apparizione del documentarista di Flint al popolarissimo programma di Oprah Winfrey che, sempre attenta a non schierarsi con qualcosa di troppo «radicale», ha lasciato parlare Moore a lungo, gli ha permesso di presentare la sua posizione nel modo più cauto possibile e poi, di fronte alla logica secondo cui il sistema sanitario non deve sottostare alle regole del profitto ma essere un servizio pubblico, né più né meno di come lo sono i pompieri, ha concluso: «adesso ho capito anch'io», per poi consigliare ai suoi spettatori di andare vedere il film. Per Sicko è un «verdetto» determinante. Per la prima volta, il presentatore di talk show Larry King, su Cnn, ha dedicato a Moore un'ora di trasmissione (pur rimandandola all'ultimo momento per far posto a Paris Hilton appena uscita di prigione...) e anche la scaramuccia scoppiata l'altro giorno tra il regista e uno degli esperti di sanità di Cnn (il dottor Sanjay Gupta), si è conclusa a favore di Sicko: i dati presentati da Moore nel film erano più accurati di quelli di Gupta.
In un bel pezzo pubblicato su The Nation, Christopher Hayes ricostruisce come, da anni, Michael Moore («come Ahab inseguiva Moby Dick») stia inseguendo l'elusivo pubblico dei democratici reaganiani - l'elettorato blue collar, visceralmente anti-corporation e pro sindacato che però, negli anni ottanta, avrebbe sposato in pieno la diffidenza nei confronti del governo promossa dall'allora presidente. Sicko è senza dubbio una buona mossa in quella direzione.
L'ironia è che, per certi versi, e a dispetto di questo enorme sforzo di inclusività e conciliazione, il messaggio di Sicko è forse più radicale di quello degli altri film di Moore. La sua, infatti, non è una lancia spezzata a favore di qualsiasi riforma sanitaria ma di un piano della sanità universale di cui, per forza di cose, è il governo a dover tenere le fila. E da cui, quindi, le assicurazioni sarebbero tagliate fuori. Con l'eccezione del deputato Dennis Kucinich, nessuno dei candidati democratici alla presidenza si è detto seppur lontanamente disposto a intraprendere quella strada (il piano Edwards è quello che più gli si avvicina). Secondo recenti sondaggi, quasi due terzi degli americani sarebbe a favore di un sistema di sanità universale. E, grazie a Sicko, rispetto alla massiccia campagna di disinformazione che l'industria farmaceutica e le assicurazione scatenarono 15 anni fa contro la riforma sanitaria proposta dalla first lady Hillary Clinton, questa volta potrebbe essere più difficile far cambiare loro idea.
Giulia D'Agnolo Vallan
Fonte: www.ilmanifesto.it
14.07.07 |
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